Cos’è la grammatica e quando è nata?

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Cos’è la grammatica

La grammatica è l’insieme delle norme che regolano l’uso della lingua, nel parlato e nello scritto. È, anche, per estensione, la disciplina che ha per oggetto lo studio di tali norme (a vari livelli, da quello specialistico nella linguisitica sino a quello scolastico). È – e questa è la definizione e descrizione che mi piace di più – riflessione sulla lingua. Il temine grammatica deriva dal latino che a sua volta riprende e crea il termine dal greco grammatikḗ (che letteralmente significa arte della scrittura).

Quando nasce la grammatica?

La nascita della grammatica in Occidente risale all’epoca antica e al mondo greco. Furono, infatti, i filosofi sofisti a dedicarsi all’elaborazione dei primi concetti grammaticali. La teoria fu successivamente sviluppata dagli stoici. In particolare, dobbiamo a Crisippo la formulazione delle categorie grammaticali, quali conosciamo e usiamo ancor oggi, e la fissazione di una terminologia specifica della materia. La prassi grammaticale fu invece sviluppata dagli alessandrini. Questa impegnativa attività trovò la sua conclusione e codificazione grazie al lavoro di Dionisio Trace, per la fonetica e la morfologia e grazie a quello di Apollonio Discolo, per il sistema della sintassi.

La grammatica latina si formò per acquisizione di categorie e concetti propri di quella greca. Particolarmente importante fu l’opera di Prisciano di Cesarea, l’Institutio de arte grammatica: 18 volumi, di cui 16 dedicati alla grammatica vera e propria e 2 alla sintassi. Un testo che ebbe notevole fortuna, soprattutto in epoca medievale, e del quale sopravvivono ancor oggi una certa terminologia e determinate particolarità tecniche.

Quando si inizia a parlare di grammatica in Italia?

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La prima grammatica italiana risale al Quattrocento, ad opera di Leon Battista Alberti. Nella sua Grammatichetta voleva dimostrare come la lingua in uso a Firenze all’epoca, il volgare, seguisse un corpo di regole, di norme grammaticali, esattamente come accadeva per il latino. Appurando quel fatto, poteva affermare che il volgare esisteva ed era riconosciuto come una lingua a tutti gli effetti, che si poteva applicare a tutti i campi del sapere e usare anche negli studi.

La storia della grammatica italiana prosegue nel Cinquecento con importanti sviluppi quanto alla sua codificazione. Dal Settecento si lega all’insegnamento scolastico: le questioni grammaticali si riducono al come insegnarla a scuola (con che ‘metodo’) e a come condensarla in manuali. Nel corso dell’Ottocento la grammatica si sviluppa notevolmente, si presta attenzione alla lingua viva e parlata e la manualistica scolastica conosce un periodo di decisa fioritura. Col nuovo secolo, la diffusione della grammatica viene ampiamente ostacolata, a causa del pensiero di Benedetto Croce, secondo il quale la grammatica altro non era che un pseudo-concetto, un espediente usato a fini didattici e pratici, ma che in realtà non esisteva come insieme di regole, venendo creata a livello individuale da chiunque usasse la lingua. La grammatica come insieme descrittivo e normativo di principi e regole sopravviveva a stento in ambito didattico. I manuali di grammatica non esistevano praticamente più.

È soltanto con la seconda metà del Novecento che la grammatica ha un nuovo impulso. Torna ad essere studiata a livello scientifico e sul piano della ricerca. Conosce un rinnovamento. La sua trasmissione e il suo insegnamento hanno sempre più natura descrittiva ed esplicativa. Naturalmente, l’intento normativo non viene messo completamente da parte, perché resta sempre uno degli scopi, delle ragioni principali per i quali ricorriamo alla grammatica. Quando ci sorge un dubbio, abbiamo bisogno di trovare una risposta che ci dica quale sia la forma migliore e più giusta di espressione. Privare la grammatica di questa sua funzione normativa ci impedirebbe di trovare le indicazioni per scegliere in tal senso, per parlare e scrivere correttamente. Del resto, è il motivo per cui è nato questo blog, suggerirvi cosa scrivere in caso di dubbio e difficoltà. Giusto?

Oggi la grammatica si concentra soprattutto sulla descrizione del meccanismo linguistico, su come funziona e tiene molto conto dei vari registri e della realtà quotidiana tendendo ad accettare a livello colloquiale e del parlato spontaneo espressioni e modi di dire che in passato sarebbero stati ritenuti assolutamente scorretti. In certi contesti quotidiani, un po’ di imprecisione è ammessa, soprattutto se non si bada molto alla forma e purché il messaggio arrivi ugualmente. Questo non significa che non vi sia una forma migliore o corretta o perfetta, ma semplicemente che lo sbaglio, soprattutto se in buona fede o come svista, non è più sanzionato come in passato. Il che, ovviamente, a sua volta, a mio parere non significa che si debba tollerare ogni errore (non sbagliava affatto Michel de Montaigne quando diceva che «la maggior parte dei problemi del mondo sono dovuti a questioni di grammatica», per cui meno errori facciamo meglio è) o, peggio, accettarlo come innovazione, giacché la lingua è bella perché vive di una sua armonia propria, che le regole grammaticali scoprono e definiscono e non meramente impongono.

Il messaggio che voglio passi è che… È BELLO SAPER PARLARE E SCRIVERE BENE! E non solo: è possibile parlare e scrivere bene. È questo il manifesto del blog: portare la bellezza della lingua a tutti e alla portata di tutti.

Per concludere

Termino questa rapida ricapitolazione storica di come sia nata e di cosa sia la grammatica riportandovi due citazioni sul congiuntivo che a me piacciono molto, si riallacciano a quanto detto nell’ultimo paragrafo e fanno riflettere su come sia di sicuro molto meglio saper usare bene la nostra lingua. La prima è un invito di Beppe Severgnini a non calpestare i congiuntivi per ragioni simili a quelle intrinseche nella constatazione di de Montaigne. La seconda è di Alessandro d’Avenia, un brevissimo manifesto dello scrittore, che vale per ciascuno di noi e che ciascuno può applicare nella sua vita quotidiana.

«Non calpestate i congiuntivi. Il congiuntivo è morto, dicono. Omicidio, suicidio o evento accidentale? Nessuna di queste cose. Credo si tratti della conseguenza logica di un fenomeno illogico. Sempre meno italiani, quando parlano, esprimono un dubbio; quasi tutti hanno opinioni categoriche su ogni argomento (vino e viaggi, case e calcio, sesso e sentimenti). La crisi del congiuntivo non deriva dalla pigrizia, ma dall’eccesso di certezze. Ha un’origine chiara: pochi oggi pensano, credono e ritengono; tutti sanno e affermano. L’assenza di dubbio è una caratteristica della nuova società italiana. Chi esprime cautela (e usa il congiuntivo) rischia di passare per insicuro.»
Beppe Severgnini

«Se voglio diventare scrittore devo imparare a usare il congiuntivo. Certo, il congiuntivo non è necessario per vivere, ma grazie a lui si vive meglio: la vita si riempie di sfumature e possibilità.»
Alessandro d’Avenia

©Federica per Scrivere grammaticando

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5 pensieri su “Cos’è la grammatica e quando è nata?

  1. Grazie per aver scritto questo interessante articolo che ci ricorda l’origine della grammatica. Tutte le lingue hanno origini antiche, ma si sono trasformate nel tempo arrivando fino a noi cosi come sono.

  2. Condivido quanto è stato detto sull’uso del congiuntivo. Dobbiamo ammettere però che è difficile sia per insegnarlo che per parlarlo.Per me il problema importante di oggi nella società italiana, non è tanto l’uso del congiuntivo ma l’invadenza dell’uso delle parole straniere (inglesi). Soprattutto quando esiste l’esatto corrispondente in italiano.
    Possiamo anche creare delle nuove parole. »Cosa fa la Crusca a questo proposito? Tollera. io non tollero. Non dirò mai ¨ho fatto una call¨ma ho fatto una chiamata.

    1. Buongiorno Elvira,
      benvenuta nel blog!
      Apprendere l’uso del congiuntivo è questione di studio, esercizio e di sistema di pensiero. Implica, infatti, una maniera di pensare specifica e una certa prontezza di riflessione. Una volta compresa la sua utilità e in quali situazioni applicarlo, è più facile che lo si impieghi e se ne apprezzano, anche, molto di più le possibilità espressive che ci regala. Richiede, come per moltissime questioni della lingua, pazienza. Imparare e insegnare il congiuntivo, concordo con lei, è oggettivamente difficile: un modo per non renderlo più faticoso del necessario è mostrarlo attraverso gli esempi, e come un modo verbale vivo. Oggi è bistrattato, per tante ragioni, per la fretta con cui scriviamo e parliamo, perché siamo soliti affermare, perché talora non contestualizziamo a sufficienza, perché, non è da nascondere, del congiuntivo a volte si è, in certe circostanze, abusato. Non credo ne perderemo l’uso. È vero che c’è stato un regresso, soprattutto qualche anno fa, ma confido nel fatto che la lingua è viva e conosce battute d’arresto e stagioni di ripresa. Anche tutto il dibattito che si è fatto intorno alla sua scomparsa ha contribuito a interrogarsi sul congiuntivo, sul perché serve e su come si usa, sui suoi confini naturali. Infine, come dico sempre, di errori e sviste ne facciamo tutti. Sbagliare un congiuntivo senza volere o perché sfugge la regola grammaticale capita.

      Il problema che lei solleva sull’eccessivo ricorso a termini inglesi è molto grave per le conseguenze che comporta e sottovalutato, e condivido la sua preoccupazione. Temo sia, in questo senso, più facile… insegnare il congiuntivo. L’uso di parole straniere è un segno di pigrizia, perché non si fa nemmeno lo sforzo intellettuale di chiedersi se esista un corrispettivo italiano e di adoperarlo. Disabitua a utilizzare la propria lingua madre, impoverisce il vocabolario del parlante e della collettività. È soprattutto un fattore che ostacola pesantemente la comunicazione: usare un termine straniero presuppone che l’altro ne conosca il significato. Se questo non accade, non va usato senza che sia accompagnato da una spiegazione (e a quel punto è molto meglio usare l’italiano). Inoltre, ho notato che la costruzione della frase stessa spesso si modifica, quando viene introdotto un termine straniero. È come se chi scrive o parla diventasse incapace di formularla compiuta e chiara, ha come un senso di vaghezza. L’abitudine ripetuta a usare parole straniere, inoltre, crea una sorta di linguaggio parallelo che di proposito mette una distanza invalicabile con l’altro, quasi un preservarsi da non saprei dirle che cosa. Mi è capitato di leggere dei testi infarciti di termini inglesi, dei contenuti, in realtà, poveri, che se fossero stati espressi con sole parole italiane sarebbero stati testi ordinari, con concetti e idee da infarinatura sull’argomento, non certo di approfondimento o di scoperta (rivoluzionaria) come volevano far sembrare. Il puzzle di termini inglesi dava semplicemente una patinatura di eccezionalità, che copriva la mancanza di sostanza.
      Si pensa che usare un termine inglese sia sinonimo di maggiore professionalità, di comunicazione più snella? A me non sembra: in ambito lavorativo, se un termine straniero non è realmente necessario, diventa tecnicismo (o presunto tale) o gergo fine a sé stesso, diventa aziendalese che alimenta un sistema che si autoriferisce. Pensi, per esempio, alle formule di chiusura delle comunicazioni come ASAP (as soon as possibile) o alle intestazioni come FYI (for your interest). Dirlo in italiano è più semplice, più chiaro e diretto.

      L’Accademia della Crusca talora ammorbidisce le sue posizioni, perché cerca di andare incontro ai cambiamenti linguistici della comunità sociale o tiene conto della frequenza d’uso dei termini. Il professor Sabatini più volte è stato chiaro e FERMO sul punto, lanciando il suo appello anche alle istituzioni e a chi lavora con i vari mezzi di comunicazione: si devono usare parole italiane, per amore della propria lingua e per farsi capire.

  3. Gentile Fabiola, mi congratulo per il sito e in particolare per l’articolo sulla Storia della Grammatica, che non mi dispiacerebbe approfondire (ma mi piacerebbe anche copiare per diffonderlo). Ora che ho scoperto questo spazio mi iscriverò alle news letter, ove sono sicuro di trovare sempre argomenti interessanti.
    Sono un docente che ha avuto la fortuna di fare un corso (ed esame) con Tullio De Mauro e da lì l’attenzione che ho sempre avuto per la Linguistica non è più scemata. Purtroppo devo dire che la grandissima maggioranza dei miei colleghi di Italiano non si rende conto dell’importanza della Grammatica e della Linguistica e quindi i sedicenti insegnanti utilizzano tutto il tempo a disposizione delle lezioni per far leggere l’Antologia, tralasciando anche completamente l’aspetto più importante della disciplina dell’Italianistica. La Grammatica (ma in ciò io comprendo necessariamente l’introduzione relativa alla comunicazione) è l’elemento indispensabile che serve a comprendere il ragionamento e quindi la comprensione e la produzione della Lingua. Io, per quanto mi riguarda, ricordo sempre agli alunni che anche per capire la Matematica o il Diritto e la Meccanica (insegno in un Tecnico Economico e Meccanico) occorre sapere le regole della Lingua. E infatti, mia moglie (che insegna Matematica) non perde occasione per dimostrarmi che i suoi ragazzi, in gran parte, prima di fare “errori” di Matematica, fanno “errori” di Italiano, perché non sanno leggere/comprendere il testo. Ben venga un Rinascimento della Grammatica: magari occorre cercare di renderla piacevole e simpatica (io faccio ai ragazzi sempre esempi che li facciano ridere), ma si faccia però in modo che sia più diffusa la consapevolezza del concetto “più conosci la Grammatica, più capisci il mondo”.
    Grazie ancora, Daniele Dibennardo

    1. Buonasera Daniele,
      benvenuto nel blog, sono lieta che le piaccia!
      Innanzitutto, le presentazioni: mi chiamo Federica e lavoro nella comunicazione, come mentore per futuri blogger e per chi vuole aprire un business online e il blog Scrivere grammaticando è di mia proprietà, l’ho fondato poco più di tre anni fa e lo gestisco io. Mia sorella Fabiola, che invece ha fondato e gestisce I sentieri della Luna blu, per Scrivere grammaticando ha scritto alcuni guest post.
      L’articolo che lei ha letto è uno dei primi che ho scritto, mi piaceva l’idea di ricapitolare le vicende che hanno portato la grammatica alla sua nascita e alla successiva diffusione, fino ad arrivare a descrivere com’è e come dovrebbe essere oggi.
      Per quanto riguarda la riproduzione dell’articolo, non autorizzo la copia integrale, per ragioni di diritto d’autore. Nel caso lei voglia citare l’articolo, lo può fare indicandone il titolo e includendo il link al post. Può, in alternativa, riportare alcuni brani, indicando il nome dell’autrice e la fonte da cui sono tratti.
      Venendo alle sue riflessioni sulla grammatica, concordo con lei. Personalmente, tendo, in linea di principio, a tenere separata la linguistica dalla grammatica. Anche se nella pratica le due vanno intrecciate, per evitare confusione e per rendere più semplice la spiegazione e poiché una buona conoscenza della grammatica è propedeutica alla comprensione delle questioni che sono oggetto della linguistica, preferisco usare questo metodo.
      Concordo con lei che conoscere e saper usare le regole della lingua agevola. In tutti i campi della vita, saper analizzare, comprendere, dedurre, formulare proprie opinioni, sapersi porre domande e trovare le risposte dipende da come padroneggiamo la lingua, che è lo strumento principe per pensare. Senza parole, senza frasi il mondo personale è estremamente povero, perché incapace di esprimere sé stesso ed esprimersi sulla realtà circostante e incontrata quotidianamente.
      Lieta di averla tra gli iscritti alla newsletter. Le anticipo già che ricomincerò a inviarla dalla settimana prossima.
      A presto! E grazie ancora di essere passato dal blog!
      Federica

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