Pomodoro: la parola dai tre plurali

Estate: stagione di… pomodori. Ma ne siamo sicuri? O è forse, piuttosto, stagione di… pomidoro? O… pomidori? Quale sarà il plurale esatto?

Vi anticipo subito che i plurali di pomodoro sono tre. Tutti e tre derivati dal suo essere una parola composta e tutti e tre accettabili.

La parola pomodoro rientra nel caso dei nomi composti che si ottengono unendo un nome ad un altro nome per mezzo di una preposizione. Ora, il punto, la domanda da porsi quando ne facciamo il plurale è: la sentiamo ancora come una parola composta i cui costituenti conservano, nel dare un significato unitario, la propria autonomia oppure la intendiamo totalmente fusa e, quindi, unica?

  • Tommaseo e Bellini, nel loro Dizionario della lingua italiana 1865-1879 (un’opera monumentale e fondamentale per la nostra lingua), sulla base della sua etimologia, raccomandavano la forma «pomidori», ritenendola la più corretta. Ne fecero, in sostanza, un doppio plurale: del primo sostantivo (pomo) componente il termine e della parola nel suo complesso (assimilata a un sostantivo unico);
  • Se sentiamo ancora vivo il senso della composizione della parola – cioè per noi il pomodoro è quel pomo d’oro che gli Spagnoli ci portarono dal Messico nel Cinquecento, un frutto che tanto affascinò all’epoca, la cui pianta all’inizio fu considerata e utilizzata esclusivamente come ornamentale -, allora il suo plurale è «pomidoro», ottenuto facendo il plurale solo della prima parola e considerando la seconda invariabile. L’uso di questo plurale è attestato sin dal sedicesimo secolo: il primo documento scritto in cui lo si ritrova è il “Trattato di agricoltura” di Giovanvettorio Soderini, sia separato (pomi d’oro) sia in una parola sola (pomidoro). Ed è il suo plurale regolare.
  • Se, invece, la consideriamo una parola unica, i cui componenti sono inglobati e saldati l’uno nell’altro e per tal motivo definitivamente unita e compatta (se, come rileva l’Accademia della Crusca, ormai l’avvertiamo come un termine i cui «costituenti sono ormai totalmente fusi nel composto» e se «dalla scomposizione del nome nei suoi costituenti non ricaviamo un sintagma semanticamente equivalenteۛ», ovvero per noi un pomo d’oro non è un pomodoro, cioè non è una verdura ma indica qualcos’altro, per esempio a me viene in mente un tipo di maniglia di colore dorato), allora il suo plurale è «pomodori», con la prima parte (pomo) che resta invariabile e la seconda cui si applica la desinenza in -i per ottenerne il plurale. Vale, in altri termini, per fare il plurale, la regola normale prevista per i comuni nomi maschili non composti in -o.

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Come avete già letto in altri miei post, per non sbagliare, conta l’uso. Attualmente prevale la forma pomodori che si è imposta sulle altre perché più utilizzata. Tuttavia, anche le altre due sono corrette.

 


¹I nomi composti sono il risultato della fusione di due parole diverse, strette insieme così intimamente che non si percepiscono più separate e distinte nel loro significato ma ne formano un’altra dal significato autonomo e compiuto.

La grande difficoltà nasce nel momento in cui si va a fare il plurale di queste parole. Nella nostra lingua distinguiamo ben dieci casi diversi, cioè 10 modi diversi in cui la parola si è formata.

Può essere nata dalla fusione di:

  • Un aggettivo e un sostantivo
  • Due aggettivi
  • Un sostantivo e un aggettivo
  • Due sostantivi (uniti da preposizione oppure no)
  • Una forma verbale e un sostantivo al plurale
  • Una forma verbale e un sostantivo singolare maschile
  • Una forma verbale e un sostantivo singolare femminile
  • Due forme verbali
  • Una preposizione o un avverbio unito a un sostantivo
  • Capo più un sostantivo (per esempio, capostazione)

Ognuno di questi gruppi segue, nella formazione del plurale, regole specifiche (che più avanti vedremo).

Come spesso accade nella nostra lingua, le eccezioni sono dietro l’angolo. La parola pomodoro è uno di quei casi e ammette ben tre plurali.

 

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