Grammar nazi: origine e funzione di una parola

Oggi vi parlo di un’espressione che di solito lascia attonite e perplesse le persone non appena la sentono e scatena non di rado polemiche, che, da una parte, sono inevitabili, per la sua radice che ha preso a prestito un termine che rimanda a tempi della storia barbari e rinfocolate in alcuni casi dall’uso disinvolto e inutile (sia chiaro) di simboli che vi fanno riferimento, e dall’altra e principalmente, per l’atteggiamento di alcuni grammar nazi. Non pochi, infatti, assumono e vivono il loro ruolo in modo rigoroso e inflessibile fino ad arrivare all’eccesso e risultare pedanti, pesanti e… incorreggibili a loro volta.

Difendere la lingua è necessario

Partiamo da un presupposto. La lingua è un fondamentale strumento di comunicazione. Si è codificata attraverso i secoli e acconsentire a che venga modificata per quelli che sono palesemente errori o sciatterie verbali e non suoi miglioramenti non è accettabile. Il cambiamento deve portare con sé un miglioramento. In secondo luogo, la lingua di un popolo identifica la sua civiltà e le sue conoscenze, ne è alla base e consente di trasmetterla alle generazioni successive. È un patrimonio prezioso che va compreso e conservato con amore e rispetto e conosciuto nelle sue manifestazioni. Contiene secoli di poesia, filosofia, scienze, studi e tutto questo è a nostra disposizione per essere usato grazie alla lingua.

Quando nasce il termine grammar nazi

GR.Nazi.jpgIl termine grammar nazi nasce quasi 30 anni fa, negli USA, quando fu usato per la prima volta in un newsgroup, un gruppo di discussione internet che trattava argomenti di informatica. Noi diamo per scontato che le parole si scrivono come si pronunciano e si leggono come si scrivono, ma ciò non accade per l’inglese (che abbiamo visto in questo post è una lingua opaca)  e per molte altre lingue, per le quali scrivere correttamente è segno di profonda e solida conoscenza della lingua. In quei contesti è normale correggere gli errori al loro manifestarsi, in modo delicato o decisamente marcato, come fa un grammar nazi. Dagli USA la tendenza grammar nazi (non si può, infatti, parlare di scuola e nemmeno di movimento vero e proprio) si è diffusa in altri paesi, compreso il nostro.

Di per sé, anche se sembra strano dirlo, l’espressione non ha alcuna connotazione negativa. In ambito anglosassone, infatti, il termine nazi è usato in senso iperbolico e metaforico almeno da una quarantina d’anni a livello diffuso, e ancor prima, dagli anni Cinquanta, in settori più ristretti e specifici, sempre con significato traslato ma estraneo a figure e fatti della Seconda guerra mondiale. Non ha, detto in altre parole, connotazione politica. In relazione alla grammatica, è certamente ironico e indica la propensione a non lasciarne passare liscia nemmeno una.

Un grammar nazi è un alfiere, anzi, di più, è un paladino della lingua. Un difensore appassionato, strenuo  e, certo, inflessibile dell’idioma natio. Come ci dice la definizione del dizionario MacMillan è «a person who has a vast understanding of grammar, and habitually corrects any grammar (or spelling) mistakes made by others in conversation, in written works, online, or any other form of communication». È, dunque, una persona che ha un’ampia (e solida) conoscenza della grammatica e ha l’abitudine di correggere qualsiasi errore di grammatica o ortografico compiuto dagli altri in una conversazione, in un lavoro scritto, online, o in qualsiasi altra forma di comunicazione.

Una figura utile o eccessiva?

Di fronte a errori marchiani o talmente brutti e inconcepibili da lasciar pietrificati, la correzione è necessaria, e quella del grammar nazi è una figura (quasi) indispensabile e coraggiosa. Giunge infatti dove nessun altro – professore o amico – arriverebbe e si pronuncia in merito a tendenze diffuse quando nessuno lo fa. Pensiamo ai social network, ai giornali, ai programmi televisivi, dove sbagli, strafalcioni e intere frasi scioltamente sgrammaticate abbondano e passano per la norma. In generale, ogni errore di grammatica può essere fatto notare a chi l’ha compiuto, e, specie quando è involontario o frutto di circostanze particolari che lo rendono una svista, con fare leggero e molta gentilezza. Altra cosa è il caso di chi è convinto non lo sia e continua disinvoltamente a compierlo oppure di chi insiste a commetterlo sapendo già in partenza di stare sbagliando. L’intervento, con le dovute educate maniere, di un grammar nazi è indispensabile, per salvare l’onore della grammatica e della lingua messo così sconsideratamente a repentaglio da pressapochismo, sbagli, storpiature e sregolatezza.

Vizio o virtù?

Per me, virtù, SOLO fino a quando non passi un certo limite, ovvero finché non diventa un correggere fine a sé stesso o per sottolineare la propria superiorità rispetto ad altri. Al centro, infatti, vi è sempre e solo la lingua e la sua salvaguardia. Chi ama la propria lingua lo fa in tutte le maniere: ammirandola, assaporandone la sua espressività, scrivendola e parlandola correttamente e, infine, difendendola come un bene prezioso.

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