L’uso della particella ce: le tre funzioni fondamentali

In questo post, l’ultimo della serie iniziata la scorsa settimana dedicata alla particella ce e ai diversi dubbi grammaticali che il suo uso genera nella scrittura, vado oggi a ricapitolare e chiarire puntualmente le differenti funzioni (di pronome, di avverbio e di attualizzante rafforzativo) che la particella ce ricopre. L’unico modo per scriverla correttamente, infatti, è conoscere cos’è, di fatto, la particella: quali sono i suoi significati e qual è la sua funzione nella frase.

Ce: avverbio, pronome e rafforzativo

Ce ha tre valori e tre significati diversi. Può essere un pronome personale, un avverbio di luogo oppure una particella desemantizzata con ruolo rafforzativo del verbo e del concetto che esprime. Andiamoli a vedere in dettaglio.

Ce pronome personale atono

Le tre funzioni e i tre significati di ce: pronome, avverbio e particella desemantizzataSe apriamo il dizionario per cercare la voce ce questa è la prima spiegazione che incontriamo: ce è un pronome personale atono di prima persona plurale. Cosa c’è di importante e da sottolineare in questa definizione? Il fatto che ce è un pronome personale. Nella nostra lingua, infatti, due sono le categorie di pronomi: i personali e i determinativi (quello dei determinativi è un ampio gruppo, che include la serie degli altri pronomi: i possessivi, i dimostrativi, gli indefiniti e gli interrogativi).

I pronomi personali si dividono in due sottocategorie: i pronomi personali che fanno da soggetto e quelli che fanno da complemento. Ecco allora che viene spontaneo chiedersi: il pronome ce fa da soggetto o da complemento? Fa da complemento, la sua FUNZIONE è questa. Il ce viene sempre usato COME COMPLEMENTO e non come soggetto. Il pronome personale che fa da soggetto alla prima persona plurale è noi.

Perché nella definizione molti dizionari (non tutti, ma converrebbe e agevolerebbe la comprensione di molto che tutti lo facessero) si premurano di specificare “atono”? Perché i pronomi che fanno da complemento sono di due tipi (lo so e lo vedete, l’italiano è una lingua complessa, richiede un po’ di spiegazione e… qualche parentesi, con tanto di punto esclamativo doppio!!): tonici e atoni. I primi esprimono il complemento oggetto oppure complementi indiretti in unione con una preposizione. I secondi, gli atoni, come ce, sono chiamati spesso particelle pronominali (e già lo sottolineai in un mio post, come si scrive: ce o c’è, in cui vi dicevo che usavo volutamente il termine particella e che c’era un motivo: eccolo oggi svelato in quest’articolo), esprimono un complemento indiretto e non richiedono la preposizione.

Nel caso di ce, la particella può esprimere, per esempio, un complemento di termine, che risponde alla domanda “a chi?”. «Questa notizia ce [a chi? A noi] l’hanno detta oggi», «Puoi dircelo [Puoi dire questo a chi? A noi] senza problemi». Oppure può indicare un complemento partitivo: «Tra le tue colleghe, ce n’è una che viene dalla ditta Rossi?», o un complemento di specificazione (che risponde alla domanda “di che cosa?”): «Il teatro ha pochi posti liberi rimasti. Sappiamo quanti ce ne sono in tutto?» (= sappiamo quanti sono complessivamente i posti di quelli liberi ancora a disposizione?).

Da quanto abbiamo appena visto emerge un’altra importante considerazione. La prima persona plurale del pronome personale atono è ci. Come mai diventa ce? La regola fondamentale, da tenere sempre a mente, è: quando il pronome ci è unito ai pronomi anch’essi atoni lo, la, li, le oppure alla particella ne, in posizione proclitica (se precede il verbo) o enclitica (se segue il verbo), diventa ce. Per fare qualche esempio di ce in posizione proclitica: ce l’ha mostrato la scorsa settimana, non ce ne importa niente, ce l’hanno mandato col corriere. E un esempio di ce in posizione enclitica: parlacene.

La seconda funzione del ce: il ce come avverbio

La seconda funzione di ce è quella avverbiale. Significa «qui, in questo luogo, lì, in quel luogo (là), in ciò, nel posto in cui si parla». È molto spesso usato in combinazione col verbo essere, per indicare l’esistenza di persone o cose o il trovarsi di queste in un determinato ambiente: Ci sono ancora succhi di frutta in casa? No, non ce [in casa] ne sono più. In tal caso, si parla di valore locativo proprio dell’avverbio.

Come per il pronome, anche nel caso dell’avverbio, ce è la forma che assume l’avverbio ci quando è in associazione coi pronomi atoni lo, la, li, le e alla particella ne. E anche in questo caso, può stare sia prima del verbo sia dopo: non ce lo trovo [sottinteso: lì, dalla domanda precedente], ce l’ho messo ieri sera; dovresti trovarcene ancora, se non sono finite; mettiamocelo.

Il valore rafforzativo del ce: il ce come attualizzante

Ce l’abbiamo fatta, siamo arrivati all’ultimo significato e all’ultima funzione del ce!

E ne parliamo dopo la funzione di ce avverbio locativo, perché è da questo che si è originata la funzione rafforzativa del ci attualizzante (e della forma ce, che, ribadisco ancora una volta, il ci assume in combinazione ai pronomi atoni lo, la, li, le oppure alla particella ne).

Il ci, infatti, è in origine un avverbio che ha funzione locativa, sia propria, riferita a luoghi reali, sia figurata. Col tempo, si iniziò a usarlo – nella lingua parlata – in combinazione con il verbo avere (non come ausiliare ma come verbo autonomo): ci ho sonno, ci ho fame, non ci ho voglia… L’aggiunta di ci al verbo lo rendeva più espressivo. Ne intensificava il significato e lo rivestiva di valore affettivo, che il verbo avere, da solo, non aveva. Evidenziava e metteva in chiaro risalto il punto di vista del soggetto che, usando il verbo averci, esprimeva la sua sensazione o volontà: ci ho sonno voleva dire ‘per quello che sento proprio io, ho sonno e bisogno di dormire’, oppure ci ho voglia di fare una data cosa, ovvero, ‘per quello che penso e voglio proprio io, pondero di farla e ho davvero intenzione di farla’. Lo stesso valore rafforzativo ci lo ha con altri verbi: volerci, starci, farci, correrci. Come vedete, ce ne corre di significato tra una funzione del ce e l’altra!

Il ci, dunque, col tempo, si è desemantizzato: ha perso il valore di avverbio di luogo per assumere quello di rinforzo semantico e fonico del verbo. Combinato col verbo, il ci ne intensifica il significato e lo distingue nella pronuncia dal verbo originario. In questo modo la componente emotiva e personale è ben evidente nella situazione comunicativa ed emerge con chiarezza. Per questo motivo il ci è detto attualizzante: avvicina chi ascolta alla realtà di chi la sta esprimendo, una realtà in primo luogo interiore (cosa prova e vuole) ed anche, in secondo luogo, esteriore (la situazione, la circostanza particolare).

scriveregrammaticando

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