Figure retoriche: la sinestesia

Andiamo oggi alla scoperta di una figura retorica molto particolare: la sinestesia. Usata in poesia (ma anche in prosa), i suoi effetti sono affascinanti e, spesso, emozionanti.

La sinestesia (dal greco sýn, «con, assieme» e aisthánomai, «percepisco, comprendo», quindi: “percepisco assieme”, “comprendo in contemporanea”) è una figura retorica che accosta termini che destano in noi sensazioni appartenenti a sfere sensoriali differenti e li riunisce e fonde in una sola immagine. Se dico “oggi è una giornata tersa e soleggiata, m’è venuta voglia di sedermi sul prato canterino per la gioia”, ho usato, con l’espressione prato canterino, una sinestesia.

Cos'è una sinestesiaCome agisce la sinestesia per ottenere il suo effetto retorico? Agisce attraverso uno spostamento. La sinestesia attribuisce una proprietà, una caratteristica, una qualità, un’emozione che riguarda un certo senso ad un oggetto che, invece, comunemente noi percepiamo, pensiamo e definiamo con un altro senso. Nell’esempio appena fatto ho attribuito al prato, che vedo e posso toccare, una caratteristica che è avvertita solo dall’udito. Ho voluto trasmettere la mia idea, la sensazione di vitalità e felicità che la vista e il tatto (indicato dall’azione del sedermi) di un prato fresco mi dà, usando un accostamento decisamente inconsueto, che coglie di sorpresa chi legge, ma che rende bene ciò che intendevo. Mi sembra che il prato canti di gioia per la bella giornata, canti assieme a tutta la natura e ho reso l’immagine con una sinestesia.

La sinestesia produce, infatti, uno straniamento: scombina la normale logica con cui si percepisce la realtà, i piani su cui sta e posa. Porta il lettore a scoprirne aspetti nuovi. Per chi scrive è una risorsa perfetta per definire l’idea esattamente come l’ha in mente e riuscire a trasmetterla.

Per fare qualche altro esempio, sono sinestesie le espressioni un suono dolce, una voce rosea, degli occhi squillanti, giallo altisonante.

La sinestesia è un tropo

Nella sinestesia, come abbiamo visto, si usa un termine in una accezione che non è quella abituale. Applica un concetto preso da una delle nostre sfere sensoriali (visiva, uditiva, olfattiva, tattile e gustativa) e lo riferisce a un oggetto o a un’idea che suscita sensazioni appartenenti a un altro senso. La sinestesia mette in rapporto, quindi, due regioni, due sfere, sensoriali diverse, attribuendo una sensazione di un tipo a una porzione della realtà che non la produrrebbe di norma. È un tropo (dal greco tròpos, «volgo, trasferisco»): il contenuto della sensazione, il suo significato originario viene attribuito, spostandolo, a un altro oggetto, che lo riceve. Si ha lo slittamento di una modalità di percezione di un oggetto a favore di un altro. Il significato della parola (solitamente un aggettivo che determina un sostantivo), in altri termini, va oltre quello denotativo ma assume valore connotativo. L’aggettivo o il verbo vengono usati non nel modo consueto, quello letterale, ma nuovo e con un effetto di sorpresa.

La sinestesia è una figura di significato

Rosa appoggiata su un libro: le parole fioriscono
Le parole fioriscono in mille modi, anche come una rosa

La sinestesia è, tecnicamente, una figura retorica di significato. Alla luce di quanto appena visto, nello specifico, è una figura che cambia e fa slittare la semantica di una parola: estrae dalla parola il suo valore connotativo, andando oltre il significato letterale e denotativo. Del resto, è una caratteristica di tutte le figure retoriche: usare la lingua in una maniera non convenzionale e inaspettata. E la sinestesia vi riesce particolarmente bene.

La sinestesia è fortemente espressiva: suscita emozioni, suggestioni, sensazioni particolari, con la potenza dell’immagine che crea e colorando di significato nuovo le parole. Cattura, con la sua forza evocativa, l’attenzione di chi legge e, con la sua brillantezza, dà smalto e vita al testo.

La sinestesia è una metafora?

Il rapporto tra la sinestesia e la metafora è stato abbondantemente studiato negli ultimi decenni. Per la maggior parte degli studiosi, la sinestesia può essere considerata un tipo, una forma particolare di metafora, perché, come la metafora, opera uno spostamento di significato. L’associazione dei due termini avviene proprio perché vi è un terreno comune tra i due. Vi è una somiglianza tra le sensazioni prodotte dall’oggetto in questione, soprattutto il come le percepiamo, e la sensazione scelta – riferita a un altro senso – che gli attribuiamo per descriverle.

Il fatto, poi, che i due termini provengano da due sfere sensoriali differenti e in contrasto (in apparenza) inconciliabile la rende, secondo altri esperti, simile anche all’ossimoro.

La sinestesia nella letteratura

La sinestesia era un fenomeno retorico conosciuto e usato dagli autori antichi. Pitagora stabiliva associazioni tra i numeri e i suoni, Aristotele appaiava sensazioni tattili e gusti, colori, suoni. Il poeta latino Virgilio parla di tacita lumina, di sguardi silenziosi.

Dante usava nei suoi scritti la sinestesia così come Petrarca, ma la vera diffusione della sinestesia e la consapevolezza che essa aveva un potere suggestivo nel testo poetico si ha con Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi. Numerosi poeti dell’Ottocento (il secolo del Romanticismo e del Simbolismo), come Baudelaire e Rimbaud, la usano e così molti autori del Novecento, in particolare ermetici: Montale, Ungaretti, Pasolini, Quasimodo.

Alcuni esempi di sinestesie dal mondo della poesia

Possiamo ritrovare numerosi esempi di sinestesie sfogliando la letteratura poetica. Ve ne riporto alcuni: «Chiare, fresche e dolci acque» di Petrarca, «Fresche le mie parole nella sera ti sien» di D’Annunzio nella sua La sera fiesolana, «Come una melodia/blu, su la riva dei colli ancora [vidi] tremare una viola…» di Dino Campana, l’incipit «A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali» della poesia Vocali di Arthur Rimbaud, 1872.

Nella poesia Corrispondenze di Baudelaire, manifesto della poesia simbolista, troviamo ben definito il concetto di sinestesia, oltre, naturalmente, a ritrovarne.

La Natura è un tempio dove incerte parole
mormorano pilastri che sono vivi,
una foresta di simboli che l’uomo
attraversa nel raggio dei loro sguardi familiari.

Come echi che a lungo e da lontano
tendono a un’unità profonda e buia
grande come le tenebre o la luce
i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi.

Profumi freschi come la pelle d’un bambino,
vellutati come l’oboe e verdi come i prati,
altri d’una corrotta, trionfante ricchezza

che tende a propagarsi senza fine – così
l’ambra e il muschio, l’incenso e il benzoino
a commentare le dolcezze estreme dello spirito e dei sensi.

È bellissima (e chiara) la definizione che il poeta dà di sinestesia nella seconda quartina: i suoni rispondono ai colori e questi ultimi ai profumi. Sono legati tra loro da un dialogo fatto di echi di domande e di risposte date, in una unità che dà loro senso e completezza, esattamente come le facce della sinestesia.

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