L’uso del pronome gli: analisi grammaticale e sostituibilità con le e loro

Con il post di oggi andiamo a vedere e analizzare in dettaglio il pronome gli. Che tipo di pronome è? Qual è la sua funzione nella frase? Lo posso usare al posto del pronome singolare le e al posto del pronome plurale loro?

 

Il pronome gli: analisi grammaticale e logica

Inquadriamo innanzitutto il pronome gli, come è fatto e che ruolo ha nella frase, aiutandoci con la sua analisi da un punto di vista strettamente grammaticale e da un punto di vista logico.

Per fare l’analisi grammaticale di un pronome è necessario individuare sempre questi 4 elementi:

  • il tipo di pronome che incontriamo nella frase (a quale categoria appartiene?)
  • il genere (se maschile o femminile)
  • il numero (è singolare o plurale?)
  • la persona (prima, seconda o terza?)

Per fare l’analisi logica di un pronome, invece, basta chiedersi qual è la funzione che svolge nella frase: è soggetto o complemento? E, se complemento, di che tipo è?

Sulla base della sua analisi grammaticale e logica possiamo dire che il pronome gli è un pronome personale di genere maschile, di numero singolare e di terza persona che ha funzione logica di complemento indiretto di termine (risponde alla domanda “a chi?”, “a che cosa?”. Il complemento di termine indica sempre la cosa o la persona cui è indirizzata o su cui va a terminare l’azione compiuta dal soggetto ed espressa dal verbo).

Facciamo, come sempre, qualche esempio, giusto un paio:
“Ho visto Marco e gli (=a lui, a Marco) ho detto di passare in studio non appena riesce.”
“Se domani vai da Tommaso, portagli (=a lui, a Tommaso) la sciarpa che si è dimenticato l’altro giorno da noi.”

 

«Gli» nell’uso parlato quotidiano

La tendenza, nell’uso del parlato e dello scritto quotidiani (messaggi e commenti social inclusi), è di usare gli anche al posto del femminile le e del plurale loro. Gli è diventato onnivalente: che sostituisca un nome maschile o femminile, al singolare o al plurale, come pronome complemento di termine si usa sempre gli. È corretto ciò? Quali sono le ragioni che giustificano questi usi? Da dove nascono? Come regolarsi nel parlato e nello scritto?

 

«Gli» al posto di «le»: una questione di genere

Gli pronome Stando all’etimologia, usare gli al posto di le potrebbe sembrare corretto. Il pronome (o, più correttamente, la particella pronominale) gli deriva, infatti, dal latino illi, che era il caso dativo (corrispondente al complemento di termine) del pronome ille, illa, illud coniugato al singolare. Non variava per genere: che fosse maschile, femminile o neutro, il pronome latino al dativo si fletteva in illi. Oltre a quest’argomento, si porta, di appoggio, il fatto che nella nostra lingua gli complemento di termine per il maschile come per il femminile abbia usi e precedenti illustri nella letteratura (Boccaccio, Machiavelli, Carducci, Verga). Per cui molti linguisti sono concordi nell’affermare che per indicare il complemento di termine nel parlato e nello scritto informale l’uso della forma pronominale atona gli (a lui) sia per il maschile sia per il femminile (in sostituzione di le, a lei) è accettabile. Una conclusione suffragata anche dal fatto che quando si aggiunge un altro pronome atono al pronome personale complemento di termine, la forma si unifica per questioni di pronuncia: glielo farò sapere significa sia lo farò sapere a lei che lo farò sapere a lui.

“Quando vedo Lucia, gli (a lei, a Lucia) dirò che la vuoi incontrare per un caffè.”
“Salutami Antonella e digli (ad Antonella) che presto passo a trovarla.”

Cosa c’è che non va in questo ragionamento? La lingua, come spesso vi dico, è un sistema vivo, calato nella realtà, non confinato ai testi e all’impiego antichi. La tradizione non è immodificabile. Nel corso dei secoli, con l’uso, «gli» si è specializzato nell’indicare il pronome maschile singolare e «le» il pronome femminile singolare. Si è data una caratterizzazione alla particella: maschile e femminile. La tendenza all’indifferenziazione, oggi molto in voga, a me non piace. E non piace nemmeno ai grammatici e a tanti linguisti. Nella sua Grammatica Italiana¹, Luca Serianni scrive: «Se gli per loro non può certo dirsi errore, decisamente da evitare anche nel parlato colloquiale è gli per le». La lingua, inoltre, ci permette di descrivere il mondo che ci circonda, di rappresentarlo. Se sto indicando una persona, sto indicando quella e non un’altra. E quella persona è un uomo o una donna. Approssimare il pronome, usando sempre lo stesso per il maschile e il femminile, diventa, oltre che sciatteria linguistica, inesattezza. Per quanto riguarda l’unificazione, è sorta per questioni di facilità di pronuncia, non perché i due termini sono sinonimi intercambiabili. L’uso di gli per le non è ancora (per fortuna) accettato nella norma. A livello formale, sia allo scritto che nel parlato, mantenete rigorosamente la distinzione tra le forme. Fate lo stesso anche a livello informale e colloquiale quotidiani.

 

Gli e loro: una questione di numeri

La norma vuole che il complemento di termine al plurale (sia al maschile che al femminile) sia loro. Come mai allora spesso si usa gli? Perché la forma pronominale loro è una forma forte: è un pronome tonico (ha cioè l’accento), che nella pronuncia si fa percepire nettamente, spiccando tra le altre parole. Loro ha un ruolo importante nella frase, quello di portare l’attenzione di chi legge o ascolta sui soggetti che sottintende. Si usa per tutti i complementi introdotti da una preposizione (oltreché da solo). È per lo più posto dopo il verbo.

Capita nella frase che lo si debba usare laddove starebbe bene una forma debole: è in quel caso che si usa gli, che lo è. In questa maniera il testo o il dialogo scorrono più fluidi. Si affida la determinazione del numero (cioè la comprensione che gli è usato in quel caso come un plurale) al contesto comunicativo. Per esempio: a Tiziana, Anna e Carlo interessa l’evento. Mandagli gli inviti.

Resta fermo che nel parlato e nello scritto formale, più elaborati, si usa la forma loro o, se loro è troppo pesante, la ripetizione dei sostantivi.


¹cap. VII par. 38

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