Dantedì: la giornata dedicata a Dante Alighieri

Condividi il post e la buona comunicazione

Oggi, 25 marzo 2020, è il primo Dantedì. Si tratta della giornata internazionale che appassionati e studiosi di letteratura hanno scelto di dedicare a Dante Alighieri. Una giornata in suo onore, per ricordare il fondamentale contributo che ha portato alla storia della lingua italiana, di cui è, a tutti gli effetti, il padre, per riscoprirlo come scrittore attraverso letture ragionate delle sue opere, per discutere di lui e dei suoi testi sui social dove sarà possibile, tra l’altro, seguire le celebrazioni che l’Accademia della Crusca gli dedica.

L’idea di festeggiare Dante Alighieri con una iniziativa così importante e che fosse diffusa capillarmente è stata avanzata per la prima volta da Paolo di Stefano, giornalista del Corriere della Sera in un suo articolo del 24 aprile 2019. Subito sostenuta da persone comuni e istituzioni culturali, in particolare dall’Accademia della Crusca e dal suo presidente onorario Francesco Sabatini, ha raccolto l’interesse e l’impegno della politica, del ministro per i Beni e le attività culturali, Dario Franceschini, in primis e del Consiglio dei Ministri, che il 17 gennaio 2020 ha approvato l’istituzione di una giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri.

Monumento a Dante Alighieri

Si è scelto il 25 marzo perché è il giorno che gli studiosi riconoscono con una certa sicurezza come inizio del viaggio di Dante nell’Aldilà narrato nella sua Commedia.

L’importanza di Dante

Dante è colui il quale ha riconosciuto e difeso la maturità del volgare e contribuito grandemente alla formazione di una lingua italiana. Nel XIV secolo, tutti consideravano il latino la lingua perfetta, la lingua della cultura e dei trattati scientifici. La lingua volgare poteva andar bene per generi letterari minori, come la poesia d’amore. Dante, invece, sostenne con forza che il volgare non era meno del latino e poteva essere usato per scrivere opere di alta poesia e letteratura e per trattare argomenti di qualsiasi natura, comuni ed elevati. Nella sua opera, il De vulgari eloquentia (scritto tra il 1303 e il 1305), sottolinea con robustezza e vigore il valore e la legittimità della lingua volgare sia come lingua naturale sia come strumento adatto all’espressione letteraria.

Dante scrisse la Commedia in fiorentino (che, ad ogni modo, assomigliava più di altri volgari regionali al latino) e la Divina Commedia ebbe così tanto successo che il fiorentino di Dante, con qualche trasformazione e ripulita (non ultima la sciacquata dei panni in Arno del Manzoni a inizio Ottocento), è diventato la base dell’italiano attuale. È stato stimato che il 90% del lessico fondamentale dell’italiano che usiamo oggi, tutti i giorni, è già contenuto nella Commedia. Alcune di queste parole, è vero, hanno cambiato significato rispetto ad allora, sono state sostituite o sono diventate desuete. Tuttavia, resta il dato fondamentale: il 90% delle 2000 parole più frequenti, che a loro volta costituiscono il 90% di tutto ciò che diciamo, leggiamo oppure scriviamo ogni giorno, erano presenti nella Commedia, sono state inventate allora. E questo non sorprende. La varietà lessicale dantesca nacque dall’esigenza di esprimersi correttamente e di tutto, di tutta la realtà, e dalla necessità di esprimere concetti nuovi che avevano bisogno di essere detti con parole che fino a quel momento non esistevano. Ecco perché nel vocabolario dantesco ritroviamo tanti neologismi e latinismi.

Ma Dante non ha creato solo nuovi termini. Ha rinnovato profondamente il modo di scrivere portando nella letteratura e nella lingua italiana moltissime novità. Per fare un esempio, quando Dante scrisse la Divina Commedia, il ricorso alla similitudine non era frequente nella poesia volgare. I trattati di retorica del tempo raccomandavano di servirsene con misura e prudenza. Dante, invece, la usa in abbondanza (sono circa 500 nella Commedia): la vide come un mezzo per dare forza al significato del testo e per rendere più comprensibili certi passaggi. Ha introdotto l’uso della terzina a rime incatenate (la terzina dantesca, per l’appunto, basata su uno schema di rime del tipo ABA BCB CDC). Ha lavorato sulla sintassi, dando struttura e complessità alle frasi, di modo che quest’ultime potessero reggere argomentazioni articolate e composite. In tale maniera, gettò le basi perché l’italiano potesse sostituire il latino come lingua di cultura, agevolando il riconoscimento ufficiale e l’adozione del nostro idioma e favorendone la diffusione.

Ritratto di Dante AlighieriA Dante vengono riconosciute non solo doti di uomo di lettere ma anche morali. Fu capace di dialogare con i letterati del suo tempo. Quando scrisse la Vita Nova, compose il sonetto “A ciascun’alma presa e gentil core” e lo inviò a tutti i poeti che scrivevano di temi d’amore. A quella poesia rispose per primo Guido Cavalcanti. Una risposta che segna l’inizio di un’amicizia profonda che legherà i due poeti per tutta la vita, mostrando un atteggiamento sempre aperto di Dante. Pur, infatti, tra le divergenze che i due ebbero, il loro legame non si spezzò mai.

Concludo il post raccontandovi della bella proposta del professor Francesco Sabatini. Nel corso della trasmissione televisiva Uno Mattina del 22 marzo, il professore ha invitato gli italiani e gli amanti della cultura ad affacciarsi oggi, alle 18, alla finestra per leggere (anche silenziosamente o a bassa voce, aggiungo io, perché il senso dell’idea di Sabatini è infatti riflettere sui tempi attuali e sulle nostre vite e non dare spettacolo fine a sé stesso) i primi versi del primo canto dell’Inferno, ovvero dell’incipit della commedia, e gli ultimi dell’ultimo canto, sempre tratti dall’Inferno. Ve li riporto qui di seguito:

«Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!»

E poi…

«Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,

salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.»

Per chi vuol leggere la parafrasi di questi versi, eccola:

A metà del cammino della mia vita (a 35 anni) mi sono trovato dentro a una selva buia, perché avevo smarrito la via del bene e della giustizia. Ahi, com’è difficile raccontare com’era quella boscaglia selvatica, intricata e impraticabile, tanto che se ci ripenso mi si rinnova la paura.

E poi…

La  mia  guida [Virgilio]  ed  io  entrammo  per  quel  cammino  nascosto,  per  ritornare  nel  mondo  illuminato dal sole.  E,  senza  preoccuparci  di concederci alcun  riposo, iniziammo a risalire,  lui  davanti  e  io  dietro,  finché  attraverso una stretta apertura rotonda, vidi alcune delle cose belle, che il cielo offre. E di qui uscimmo infine all’aperto e a riveder le stelle.

Macrolibrarsi

scriveregrammaticando

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto
NewsletterIscriviti alla mia newsletter! Solo contenuti brillanti e in forma smagliante per te e il mio eBook sui 15 errori più frequenti di grammatica in regalo!

Periodicamente riceverai aggiornamenti, notizie, idee e curiosità sul mondo della grammatica e della comunicazione. Sali a bordo!