Il caffè della domenica: le 40 regole per scrivere (quasi) bene

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Correva l’anno 1979 quando il giornalista del New York Times William Safire scrisse le Fumblerules of Grammar (alla lettera le regole perse di grammatica; fumble è un termine sportivo che indica la perdita della palla da parte di un giocatore) pubblicandole nella sua rubrica “On Language”.  In origine erano 36, poi la lista si allungò, quando pubblicò il suo libro Fumblerules: A Lighthearted Guide to Grammar and Good Usage, di altre 18, per un totale di 54 regole. Si trattava di regole sparse che giravano da tempo tra giornalisti e aspiranti scrittori cui Safire, con i suoi scritti, diede una definizione ordinata. Successivamente, tali regole per una buona scrittura continuarono (e continuano) a passare di scrittore e in scrittore, anche via mail e su vari siti, grazie ad internet.

Umberto Eco, in una sua rubrica, “La bustina di Minerva”, le riscrisse, riadattandole al contesto italiano e, soprattutto, alla nostra lingua e al nostro modo di scrivere. Ve le propongo nel caffè di oggi, con qualche mia personale aggiunta.

  1. Semaforo verdeEvita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi. Le allitterazioni illetterate sono inutili, alludono ma illudono. In poche parole, la lingua non è suono ma musicalità e, soprattutto, in ogni contesto, è armonia. I pretesi virtuosismi non servono, anzi l’appesantiscono.
  2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario. Saper usare il congiuntivo significa avere una approfondita conoscenza dei verbi e, per arrivare a questo, bisogna studiare bene la grammatica. Saper scrivere richiede impegno. Ciò non deve spaventare: la maggior parte di quanto appreso diventerà nostro, lo possiederemo con sicurezza e sapremo quando e come applicarlo, venendo ripagati della nostra fatica.
  3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata. Possono sembrare soluzioni rapide e a qualcuno anche brillanti, ma molto spesso non lo sono.
  4. Esprimiti siccome ti nutri. O come non mangi. Se mangi male, il paragone, infatti, non regge. Questa, a dir la verità, è una regola controversa. Per quanto mi riguarda, vale esprimersi con chiarezza sempre: con semplicità laddove è appropriata, con una maggiore complessità (che non è far diventare il testo un groviglio inesplicabile) dove è necessaria.
  5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc. – a meno che non siate commercialisti o lavoriate in uno studio fiscale.
  6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso. Tonde e quadre, spostano l’attenzione dal contenuto principale a quello che contengono. Siate parsimoniosi in fatto di parentesi.  
  7. Stai attento a non fare… indigestione… di… puntini di sospensione… E ricordatevi che ne bastano tre, non ne servono sette, otto o più per volta, a meno che non sia proprio necessario (a volte capita che lo sia, soprattutto tra amici e familiari) o siate sui social e, anche lì, non esagerate.
  8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”. Anche la scrittura ha una sua educazione, un suo galateo.
  9. Non generalizzare mai. In altri termini, siate aderenti al contesto. Le generalizzazioni sono sempre un po’ pericolose: bisogna saperle usare e senza eccedere.
  10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton. Più che altro, lo stiamo vedendo in questo periodo, non agevolano, non sono utili alla comprensione. La comunicazione è chiara quando è immediata e comprensibile a tutti, non quando c’è bisogno di un dizionario bilingue o di un traduttore online.
  11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.” Le citazioni sono pur sempre il pensiero di un altro e non il nostro e spesso sono usate in modo acritico o passivo. Tuttavia, quando argomentiamo possono essere molto utili. Allo stesso modo, non ci vedo nulla di strano nel riportare e commentare una frase che ci è piaciuta o che sentiamo affine al nostro modo di pensare ed essere.
  12. I paragoni sono come le frasi fatte. Un’applicazione del punto tre e nove. I paragoni, invece, se ben fatti, sono utilissimi. In un testo narrativo sono da usare con parsimonia, in altri tipi di testo sono invece un buon modo per farsi capire e non annoiare il lettore.
  13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito). Ripetetevi quando necessario e quando è di giovamento al discorso.
  14. Solo gli stronzi usano parole volgari. Non mi sembra il caso di commentare, Eco si è già espresso a sufficienza.
  15. Sii sempre più o meno specifico. Abbiate il timore di generalizzare troppo, non quello di essere precisi. Siatelo in modo leggero e non puntiglioso: il lettore va preso per mano, non trascinato.
  16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive. Ecco, appunto, badate a non essere così tanto iperbolici.
  17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale. Esiste un uso stilistico della frase breve in racconti e romanzi. La raccomandazione di scrivere frasi brevi è uno dei pilastri della scrittura di molti web copywriter. Come ho commentato al punto quattro, una certa complessità è spesso richiesta e desiderabile. Ciò che conta è sapere cosa è richiesto (frasi corte o lunghe?) o è meglio usare in uno specifico testo.
  18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente. Le metafore devono essere naturali, belle, devono arricchire il testo, dargli originalità e stile. Le metafore creano immagini. Una volta che avete evitato i virtuosismi, sbrigliate la fantasia.
  19. Metti, le virgole, al posto giusto. La punteggiatura è uno degli argomenti di grammatica più trascurati, anche a scuola. È, invece, al contrario uno dei più importanti. È fondamentale conoscere le regole della punteggiatura, in alcuni casi vitale. Tra un “Vado a mangiare nonna” e un “Vado a mangiare, nonna” c’è una nonna in mezzo che non ha bisogno di aspettare il lupo di Cappuccetto rosso per rischiare di essere mangiata! Non perdete tempo ad andare a caccia del lupo, ma di una buona grammatica!
  20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile. Altra poco studiata ma molto più facile di quello che qui si dice.
  21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso. E pensare che, nella mia provincia, si direbbe l’è pezo la pezza o la toppa [con due zeta la prima e con due p la seconda, sempre nel veneto che parlo io] del buso. Andrea Camilleri ci insegna che si può costruire un’intera biblioteca usando il dialetto. Il dialetto è più diretto: escluse le volgarità, quando si può, perché non usarlo? Tra l’altro, questo modo di vedere nasconde, invece, e volutamente una questione importante: molti dialetti sono vere e proprie lingue, una ricchezza che non va persa. Un eccessivo purismo non giova né all’efficacia comunicativa né, tantomeno, alla causa del corretto uso dell’italiano. Sorvolo sul fatto che Eco al punto 11 avesse detto di non usare citazioni. Dev’essersi divertito parecchio a porre una regola e poi il suo contrario. Se fate caso, lo fa diverse volte.
  22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia. Per come la penso io, l’uso delle immagini nella scrittura è quanto di più efficace e di bello e poetico che ci sia. A meno che non siano metafore completamente fuori luogo, non sarei così severa, anche quando sono molto creative. Qui vale la regola del buon gusto e della misura. Chi padroneggia bene la tecnica retorica crea anche metafore valide e buone. Tra l’altro, di metafore se n’era già parlato qualche regola più un su.
  23. C’è davvero bisogno di domande retoriche? Sì, a volte, c’è bisogno di domande retoriche perché si trovi e si abbia una risposta. Se, invece, la domanda è retorica nel senso peggiore del termine e comporta una risposta altrettanto retorica nello stesso senso, possiamo farne a meno.
  24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media. Questa è una dimostrazione di come saper usare bene l’arte retorica pura (cioè l’arte del dire e del parlare) serve, eccome. Qui pone l’accento sull’inquinamento dell’informazione, di cui l’inutile prolissità è una patologia. In poche parole, quando uno scritto o un discorso manca di chiarezza, iniziate a porvi delle domande per capire meglio cosa si sta dicendo. Non fidatevi di quello che sembra. Cercate ciò che è, andate oltre all’obiettivo che chi scrive vuole ottenere dicendo le cose in una certa maniera.
  25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia. Ho aperto il blog anche perché stanca di vedere certi errori ed orrori ortografici e aiutare le persone a porvi rimedio.
  26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile. Così è, anche se non vi pare. Esistono regole di grammatica fondamentali, che non mutano, senza le quali lo scrivere sarebbe il caos.
  27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi! Oggigiorno ne usiamo tanti e spesso. La regola vuole che si metta un solo punto esclamativo a fine frase, senza disseminare l’intero testo di punti esclamativi in ogni dove.
  28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri. Se già il barbarismo è l’inutile aggiunta di un termine straniero alla lingua madre, perché farne pure il plurale? A che serve? (visto che le domande retoriche funzionano? In questo caso, sono a sostegno di una tesi ben definita e precisa e portano l’attenzione di voi che mi leggete su un problema specifico della lingua).
  29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili. Com’è naturale e giusto che sia: i nomi di persona scriviamoli con rispettosa correttezza, che siano italiani o stranieri. Non mi sembra il caso di farci tutta questa ironia.
  30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio. Sempre che non ci serva a un esame per prendere il tempo necessario a farsi venire in mente il nome.
  31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo). Questa regola è un inutile virtuosismo che offende il lettore. Il lettore non è così stupido come certi redattori di testi pensano: una volta che hanno capito di essere stati presi in giro, non vi daranno più retta.
  32. Cura puntiliosamente l’ortograffia. A meno che non vogliate fare un balzo nei secoli e ritrovarvi nel 1200 o nel 1300. Oramai ogni programma di videoscrittura segnala gli errori ortografici ed è un valido aiuto. Un testo ben curato, senza errori (i cosiddetti refusi) è piacevole da leggere e dice quanto amore ci ha messo nello scriverlo il suo autore.
  33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni. Ovvero, quanto sono efficaci quando l’attenzione del lettore sta scendendo. La preterizione è una figura retorica che consiste nell’affermare di voler tacere di qualcosa quando invece se ne parla o vi si accenna. In sostanza, si finge di non voler dire mentre lo si sta dicendo e, intanto, si è catturata l’attenzione del lettore.
  34. Non andare troppo sovente a capo.
    Almeno, non quando non serve.
    A meno che non siate dei poeti che, pur ricorrendo al verso libero, ancora non hanno sperimentato la prosa poetica e continuano strenuamente ad andare a capo, con libertà, si intende.
  35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione. Se, scrivendo o parlando, vi riferite a voi stessi usando il plurale noi, di sicuro avete più personalità. Mettetele d’accordo e ritornate alla prima persona singolare.
  36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato. Detto più semplicemente: dalla premessa segue la conclusione.
  37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni. Altro non è, come vi ho anticipato, la regola numero 36 detta in altra maniera. È un artificio retorico per mostrare che le ripetizioni sono inutili.
  38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario. Una delle proprietà della lingua è essere economica e chiara: ecco cosa vuol dire sprecare parole e ignorare i criteri di scelta lessicale.
  39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che. Certo, il lettore a volte può intuire, ma non ha la sfera di cristallo. Nemmeno ti ascolta sproloquiare, se è per questo.
  40. Una frase compiuta deve avere. Un senso, un significato, chiarezza e comprensibilità. Non vi sono alternative.

 

 

Perché Fumblerules of Grammar?

Ho lasciato alla fine del post una domanda che mi sono posta non appena ho letto fumblerules: perché proprio questo termine, perché regole perse?

Nel football americano, si ha un fumble quando, durante una corsa o una volta ricevuta la palla, il giocatore ne perde il possesso. La palla cade per terra e rischia di finire nelle mani dell’avversario, a cui passano quindi il gioco e la sua conduzione.

Il giornalista William Safire cosa voleva dire? Che sono regole che abbiamo perso e che dobbiamo riprendere e anche di corsa? Oppure che, una volta dimenticate queste conoscenze, perdiamo terreno rispetto a chi le sa usare e giocare meglio di noi? Voi che ne pensate? Per quanto mi riguarda penso volesse dire entrambe le cose, con una prevalenza della prima. Se ci mettiamo d’impegno, le possiamo riacquistare con certezza e sicurezza e di lì in poi usarle con abilità e giocare la nostra partita.

 

 

 

 

 

Citazioni tratte da Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Milano, Bompiani, 2000.

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