Le figure retoriche: l’iperbole

L’iperbole è una figura retorica di pensiero (o di logica) che esagera un concetto, un’idea, un’immagine ingigantendoli oltre quello che sono in realtà oppure, anche, minimizzandoli. Deriva dal greco hyperbolé, a sua volta, dal verbo hyperbàllein, che significa «gettare, lanciare oltre».

Facciamo subito, per capire come funziona l’iperbole, qualche esempio preso dalla letteratura:

«(…) e il piè sì lento
Che le lumache al paragon son veltri»
Vincenzo Monti, dalla poesia In morte di Ugo Bassville
I veltri sono cani da inseguimento molto veloci simili al levriero.

«O Ferraù, o mille altri ch’io non scrivo,
ch’avete fatto mille pruove vane
per questa ingrata»
Ludovico Ariosto, dall’Orlando Furioso

«Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale», Eugenio Montale, nella poesia che prende il titolo da questo verso. La storia d’amore del poeta con la moglie è durata tantissimo, così tanto che avrà sceso almeno un milione di volte le scale con lei sottobraccio, eppure, dopo la morte della consorte, quel tempo gli sembra brevissimo e ad ogni gradino sente il vuoto. Se non avesse usato l’iperbole, l’effetto espressivo e di significato non sarebbe stato altrettanto evidente e nitido.

L’iperbole non è però una figura confinata alla poesia e alla letteratura. La usiamo spesso nella vita di tutti i giorni. «Non ti vedo da un secolo, ho la tempesta nel cuore, la settimana è passata in un secondo, c’è un silenzio tale che si sentirebbe volare un moscerino». E ancora, se diciamo a qualcuno «non hai un briciolo di cuore», «ho bevuto solo un goccio» stiamo usando delle iperboli.

Da dove nasce l’iperbole: da ragioni espressive e… non solo

L’iperbole nasce, in primo luogo, da ragioni espressive: con una iperbole arriviamo dritti al punto, manifestiamo la nostra intenzione comunicativa in maniera molto chiara. Riprendendo uno degli esempi portati sopra, se dico «non ti vedo da un secolo», allora sto con chiarezza dicendo che è molto tempo che non vedevo quella persona e che ero ansiosa (potremmo ben dire che non vedevo l’ora) di incontrarla e di avere sue notizie.

Oppure pensiamo alla poesia di Giacomo Leopardi, L’infinito:
«Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo»
Le idee di immensità e di pace che quella visione dà al poeta sono rese da tre iperboli.

Toccare il cielo con un ditoL’iperbole serve a creare immagini efficaci: per esempio, se dico che «sto toccando il cielo con un dito», ho usato un’immagine che ben trasmette l’idea di felicità.

Tantissime volte l’iperbole nasce dal bisogno di esaltare al massimo le idee, i concetti, le cose, amplificandoli e ingrandendoli, oppure di renderli i più piccoli possibile. In molti campi l’iperbole, usata in tal senso, serve a impressionare, talora fino ad alterare la visione della realtà.

Se aprite i social network, sono pieni di articoli, post e link che rimandano a contributi «che cambieranno completamente il tuo modo di vedere le cose», «che ti faranno ritrovare l’autostima», di corsi (pagati) che, se li segui, poi, dopo, «non ti faranno lavorare nemmeno un giorno» (salvo però, in calce, precisare che il risultato non è garantito), di creme cosmetiche che, minimo minimo, ti toglieranno vent’anni, quando non trenta, di programmi alimentari (non diete, la perifrasi diluisce il concetto e sposta l’attenzione dall’aspetto di sacrificio che comporta la dieta a uno più blando, di varietà alimentare) che più che a dieta ti fanno sentire dietologo e già magro in partenza, di sponsorizzazioni di guide per gestire talmente bene il tuo tempo che invece di 24 ore ti sembrerà di averne 48 o 72 o di corsi che ti insegnano a pubblicare un libro senza aver alcuna necessità scriverlo (perché perdere tempo, no?) e, meglio ancora, senza saper scrivere e senza necessità di saperlo impaginare e via discorrendo con tutto il resto.

In tutti quei casi, l’iperbole serve a vendere e, di fatto, è al servizio di tecniche di marketing. Da anni, l’iperbole fa parte del linguaggio pubblicitario. Negli anni Ottanta, per esempio, c’era una pubblicità che descriveva un prodotto tecnologico come ‘il punto di arrivo’, un traguardo al quale non c’erano prodotti concorrenti che potessero arrivare, né, tantomeno, oltre il quale potessero aspirare di andare. Oppure si reclamizzava un detersivo che consentiva di ottenere ‘un bianco che più bianco’ di così non si poteva.

I rischi di un uso smodato dell’iperbole

Dove sta il problema di un uso eccessivo e immotivato di un’iperbole? Pubblicizzare esaltando la qualità e la bontà di un prodotto oppure dare voce alla propria necessità di esprimersi attraverso un’iperbole non è strano: tutti noi, al giorno d’oggi, parliamo e scriviamo per iperboli e tutti noi ne leggiamo tante. L’iperbole ha una sua funzione e una sua utilità. Tutto sta all’uso che ne facciamo: se è esagerato e troppo frequente, l’iperbole perde completamente il suo valore, si impoverisce fino a diventare una mera espressione gergale, un modo di dire, uno slogan. C’è un altro rischio, poi, insito in uso eccessivo. Quando ne sentiamo tante e, soprattutto, le vediamo usate a sproposito, non attirano più la nostra attenzione e smettiamo di dare credito a chi costruisce i suoi messaggi e i suoi testi basandosi soltanto su di esse.

Quando l’iperbole esagera un concetto, fino a portarlo all’estremo e, in definitiva, a esacerbarlo e a fargli perdere il suo significato originario, diventa una vera e propria manipolazione imbastita allo scopo di dare una pretesa credibilità al messaggio. L’ascoltatore e il lettore accorti si rendono perfettamente conto di questo fatto, della sproporzione tra quanto detto e il vero significato e intento del messaggio, e sanno come valutare l’idea comunicata o il prodotto proposto e farsi una propria opinione, più aderente alla realtà.

L’iperbole è il contrario della litote

L’iperbole esagera la realtà, in un senso, ingigantendola, o nell’altro, minimizzandola. Il contrario dell’iperbole è la litote. La litote è l’espressione di un concetto in forma attenuata. Addolcisce la realtà, anche quando il suo intento è ironico.

«Don Abbondio (…) non era nato con un cuor di leone», ci dice il Manzoni. Avesse detto che era un codardo non avrebbe ottenuto lo stesso effetto, anche perché in Manzoni la figura di don Abbondio rappresenta la fragilità umana, messa a dura prova dall’ingiustizia dei prepotenti, che esercitano il loro potere senza alcuno scrupolo, e dalla società che essi hanno creato. Il comportamento basso e meschino di don Abbondio era dovuto, oltre al suo carattere, all’ambiente familiare e sociale in cui era nato e vissuto. «Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terracotta», ci spiega Manzoni. Senza litote, avrebbe forse potuto esprimere il concetto altrettanto efficacemente e arrivare altrettanto brillantemente alla stessa conclusione?

L’iperbole, una figura da riscoprire

L’iperbole è una figura retorica, a mio giudizio, molto interessante e utile. La mia prima raccomandazione è di usarla con misura. Se abbellisce o contribuisce all’efficacia dei nostri discorsi, ben venga. La seconda è che, quando vi capita di leggerle o di ascoltarne, prestate attenzione al loro ruolo nel testo e al vero significato e alla vera realtà nascosti dietro il messaggio che si vuol far passare.

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