Dalle lezioni americane di Italo Calvino: la leggerezza

Nel 1984 l’Università di Harvard invita lo scrittore Italo Calvino a discutere di letteratura tenendo le Charles Eliot Norton Poetry Lectures. La cattedra è stata istituita nel 1925, in memoria del professor Norton, docente di storia dell’arte, ed è dedicata, come si legge nel sito dell’Università, al tema dell’espressione poetica nel linguaggio, nella musica e nelle belle arti. Vedersi affidare il ciclo di conferenze è un compito di prestigio, di certo di responsabilità ma soprattutto è motivo di onore, tanto più che Calvino fu il primo intellettuale italiano incaricato di ricoprire il ruolo.

L’università di Harvard

Lo scrittore si impegnò a fondo per scrivere le Six Memos for the Next Millennium, come le intitolò, che gli erano state richieste. Ne completò cinque. Della sesta, intitolata Consistency e che avrebbe dovuto essere la conferenza iniziale, ci rimangono solo gli appunti. L’avrebbe terminata una volta giunto in America. Un ictus lo colpì poco prima di volare a Boston. I testi delle conferenze mai tenute furono pubblicati e uscirono postumi nel 1988.

La lezione sulla leggerezza

Nella prima delle sue lezioni americane pronte per essere lette e discusse, Italo Calvino tratta della dimensione della leggerezza. La prende come motivo per fare una lunga riflessione sulla sua scrittura e abbozzarne, anche, una sorta di manifesto. Dico abbozzo, perché ne lascia qualche traccia fondante esplicita all’interno del suo discorso. Il resto rimane implicito.

All’inizio del suo lavoro di scrittore, Italo Calvino credeva (e temeva) di dover adeguare la scintilla e il moto interiori che lo spingevano a scrivere e a narrare, al mondo circostante, alle caratteristiche che lo scolpivano e lo rendevano ai suoi occhi, di pietra, immobile e pesante e impenetrabile come un muro.

Tutto il lavoro di Calvino come narratore e scrittore è consistito nel proposito di alleggerire la struttura della storia, che doveva essere mai noiosa, banale e stancante, e il linguaggio che la raccontava e nel conferimento di un senso di leggerezza ai protagonisti dei suoi libri e al mondo narrato che aveva costruito e messo in scena. Un senso che doveva trasparire chiaramente, essere ben avvertito dal lettore.

Per Calvino, la leggerezza del racconto, dei luoghi, dei personaggi, in breve la leggerezza della rappresentazione letteraria, era un ideale e un valore. Era necessaria alla raffigurazione avventurosa e movimentata del suo mondo fantastico, scaturito dalla sua immaginazione, e delle vicende che accadevano. La scrittura è dinamismo, deve, perciò, possedere questa caratteristica intrinseca che è la leggerezza, e la deve poter sviluppare.

Nel mito di Perseo che lui racconta si ritrova bene la metafora del rapporto che esiste e intercorre tra lo scrittore, con la sua poetica, e il mondo delle immagini che lui crea. Per non farsi pietrificare dallo sguardo di Medusa mentre va a tagliarle la testa, Perseo, calzati i suoi sandali fatati, si sostiene coi venti e le nuvole e usa uno scudo che gli consente di vedere Medusa riflessa. Deve, in altri termini, conoscere la sua nemica per poterla sconfiggere e, al tempo stesso, elevarsi rispetto al mondo circostante, che è lo stesso metodo che deve seguire chi voglia scrivere. Per non arenarsi nelle sabbie della resa alla gravità del mondo così come è fatto e laddove vuol condurre, una gravità che atterra e impedisce la fantasia e l’espressione dello stile proprio, lo scrittore deve conoscere il mondo in profondità, non come sembra, e deve sapere come trattare e come prenderne le distanze dalla sua superficie di pietra. La leggerezza è, infatti, il modo per guardare al mondo e per conoscerlo, indagarlo, esplorarlo, scoprirlo e superarlo e per poi costruire e rappresentare il proprio sul foglio di carta.

La leggerezza è il modo con cui guardare alla realtà, è possibilità

La leggerezza è libertà, è movimento, è sguardo attento e poetico che coglie e canta l’invisibile. Il poeta è il solo che guarda ai particolari e, insieme, alla complessità del mondo. Va oltre la superficie, scopre cosa c’è sotto. La scrittura cattura le potenzialità infinite dell’esplorazione. Potenzialità che non può prevedere prima di averle scoperte. È questo il compito della scrittura: trovare possibilità e, attraverso le parole, svilupparle secondo la propria sensibilità e visione. È, anche, mostrare come non farsi imbrigliare dalla realtà.

Attraverso il suo metodo di indagine sul mondo, sul come la scienza ce lo ha mostrato veramente per ciò che è secoli addietro e in tempi più recenti, Calvino arriva ad aprire la cortina che nasconde e protegge la realtà e la sua costituzione. È affascinato dai microcosmi, minuscoli e perfetti, dalle strutture invisibili. Ma è anche rapito (se non, addirittura, un poco sconcertato) dalla varietà del mondo. Impara a vederne la composizione e, per ogni suo soggetto od oggetto, ne vede la forma, le qualità, le caratteristiche, le specificità che lo definiscono.

Anche le conchiglie, di cui ci parla Lucrezio e che Calvino conosce e cita, raccontano la leggerezza.

La leggerezza è quindi la maniera con cui vedere la realtà. Si crea nella scrittura con i mezzi e le tecniche linguistiche che abbiamo a disposizione. Leggerezza è agilità, è fine impalpabilità dei personaggi, del loro modo di pensare, parlare e agire. Si crea nello stupore con cui si assiste al prendere vita di un testo. Si crea nel linguaggio, perché è il linguaggio a dare vita e movimento al testo.

I tipi di leggerezza per Calvino

A metà circa della sua conferenza, Calvino tira le somme di quanto detto ed entra nel cuore del suo discorso. Per lui esistono diversi tipi di leggerezza:

  • Del linguaggio e del testo: le parole devono essere precise, devono essere scelte con esattezza, soprattutto i verbi. La scrittura, poi, deve essere fluida, scorrere come un fiume che non teme le rocce.
  • Dei ragionamenti e dei processi psicologici, al cui equilibrio e formarsi concorrono molti elementi sottili e minuti, e delle descrizioni molto astratte.
  • Delle immagini, dei simboli, delle scene che diventano talmente rappresentative di ciò che si vuol dire e accade o talmente perfette, tanto da incidersi nell’immaginazione e nella mente del lettore, che diventano emblemi da ricordare.

È qualche pagina dopo aver detto questo che Calvino ci dice nella maniera migliore cos’è per lui la leggerezza. A proposito del poeta Giacomo Leopardi osserva che è stato capace di «togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare». Da sempre, ci aveva avvertito qualche riga prima, la Luna «ha avuto il potere di comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo incantesimo».

A questo serve la scrittura: ad aprire mondi, a raccontare storie nelle quali affacciarsi con delicatezza e in cui entrare in punta di piedi. È costruire una trama e svilupparla lasciando fuori tutto ciò che non serve e chiedendo al lettore di portare solo ciò che è necessario, ovvero stupore e fantasia.  

La leggerezza della Luna è simbolo della soave leggerezza della scrittura

Nota al post: le citazioni contenute nell’articolo sono tratte da “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio”, Einaudi 2015

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Scrivere grammaticando

Appassionata, da sempre, di grammatica, con una romantica preferenza per la linguistica, mi occupo di scrittura, di revisione di testi e di progettazione di piani editoriali. Blogger da tempo immemore, curo i miei siti personalmente con molto amore e tanta passione. Ho fatto mia la frase di Wislawa Szymborska: «Tutto a questo mondo si distrugge per il continuo uso, tranne le regole di grammatica».

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