Le figure retoriche: cosa sono, a cosa servono, tipi

Le figure retoriche hanno origini antiche. Sono state infatti elaborate e applicate nell’ambito dell’arte retorica (Ars Retorica), nata intorno al V secolo a.C. Nella Grecia di Atene, i confronti e i dibattiti erano quotidiani: si discuteva nelle corti dei tribunali, nei palazzi del governo, nell’agorà, la piazza in cui si riuniva tutto il popolo per esaminare le proposte politiche. Si trattava di discussioni ragionate e argomentate: l’oratore esponeva e sosteneva le proprie idee per cercare di convincere gli altri. Per questo, c’era bisogno di presentare i fatti, le opinioni difese e le ragioni a loro supporto in maniera convincente e chiara, oltre che ben comprensibile dall’uditorio. Questo richiedeva di saper organizzare e tessere un discorso secondo regole precise, e di costruire le frasi con le parole e la sintassi più adatte. Le risorse della lingua andavano usate al meglio e, in particolare, attraverso le possibilità espressive delle varie figure.

La retorica fu tenuta in alta considerazione nella civiltà romana e durante il medioevo. Cadde poi in disuso per conoscere, ai giorni nostri, un ritorno e un interesse rinnovati. Anche oggi, infatti, abbiamo bisogno di avere padronanza dei nostri discorsi e di comunicare con efficacia nei diversi ambienti e nelle differenti situazioni e circostanze sociali della nostra vita. La retorica è diventata una forma di riflessione sul nostro modo di comunicare, su ciò che diciamo e scriviamo e sul come lo trasmettiamo.

Le figure retoriche

Le figure retoriche sono forme linguistiche espressive nelle quali le parole non sono usate nel loro senso e valore letterale e abituale oppure sono usate in senso letterale ma combinate in maniera tale da produrre determinati e voluti effetti precisi.

Le figure retoriche fanno parte del nostro comunicare quotidiano. Lo arricchiscono o lo rendono più immediato. Sono molto usate in letteratura, sia nelle prose che nelle poesie, per creare effetti stilistici, fonici, di significato.

Le figure retoriche in poesia

Un campo di applicazione particolare delle figure retoriche è la poesia. I componimenti poetici rappresentano ciò che il poeta pensa, vede, descrive, prova. E per riuscire nell’impresa e nell’intento di renderlo in maniera incisiva o suggestiva, il poeta ricorre, con consapevolezza, alle figure retoriche. Vediamo le principali suddivise per categoria.


Le figure retoriche di suono

Le figure retoriche di suono svolgono una funzione, come dice il nome, acustica, musicale e ritmica, di produzione o rinforzo del significato poetico. Le più frequenti sono:

  • l’allitterazione: consiste nella scelta di parole, all’interno di uno stesso verso o di versi successivi, che presentano i medesimi suoni vocalici o consonantici, suoni che, quindi, si ripetono.

Fresche le mie parole ne la sera/ti sien come il fruscio che fan le foglie (La sera fiesolana, di Gabriele D’Annunzio)

  • l’onomatopea: si compone il verso inserendo parole che col loro suono imitano un suono o un rumore, in maniera da evocare un oggetto, un animale, un fatto.

Un bubbolio lontano (Il temporale, di Giovanni Pascoli)

Schiocchi di merli, fruscii di serpi (Eugenio Montale)

  • l’assonanza: è una forma di rima imperfetta che si ha quando, in due o più versi, le parole in fine di verso contengono le stesse vocali a cominciare da quella accentata, mentre le consonanti sono diverse, ma per lo più di suono simile: velo, vero è una assonanza.
  • la consonanza: è la stessa situazione dell’assonanza, soltanto che in questo caso sono le consonanti a essere uguali e diverse le vocali: tanto, vento.
  • la paronomasia: è l’accostamento di parole quasi identiche, tranne che per uno o due suoni, e che hanno significato diverso. Ne ho parlato diffusamente qui. Un esempio? Volente o nolente, devo fare la tal cosa.

Le figure retoriche di significato

Nonostante si possano racchiudere in un’unica categoria, è meglio suddividere le figure di significato in figure di parola e figure di pensiero o logiche, perché sono prodotte con due strutture e processi diversi. Entrambe operano un cambiamento, uno slittamento o un trasferimento del significato letterale a un altro simbolico: ma le prime agiscono sulle parole, le seconde sulla frase.

Le figure di parola più usate in poesia sono:

  • la metonimia: invece di indicare una cosa col suo nome abituale, si indica con quello di un’altra cosa che sia con la prima, per qualche motivo, vicina e in contatto. Se dico “l’esame mi è costato tutto il mio sudore” vuol dire che ho studiato pesantemente e duramente e quel sudore è l’effetto del mio impegno e sforzo.
  • la metafora: con la metafora si realizza il trasferimento del senso da un termine del discorso a un altro termine, cui è collegato da qualche proprietà in comune. Petrarca chiamava Laura chiome d’oro (era bionda) e dolce sole (perché era per lui fonte di vita): entrambe sono metafore. Se vuoi approfondire il discorso sulla metafora, ne ho parlato tempo fa qui.
  • la similitudine: è un paragone tra due concetti o tra due termini che si riferiscono a persone, cose o altre creature posti in relazione dal “come” oppure dai verbi “sembra”, “pare”, “somiglia a”.  Tu sei come il sole è una similitudine.
Francesco Petrarca amava moltissimo usare le figure retoriche

Le figure di pensiero (o logiche) più usate sono:

  • la litote: è l’affermazione di un concetto attraverso la negazione del suo contrario. Non sei nato con l’estro dell’artista significa che… è meglio se non tocchi colori e tela. La litote ha il pregio di dirlo in forma attenuata. Se vuoi approfondire questa figura retorica ne ho parlato qui.
  • l’iperbole: è l’amplificazione esagerata di un concetto: questo e mille altri versi ho scritto per te.
  • l’allegoria: l’immagine proposta dal poeta allude a un’altra realtà che il lettore deve scoprire. Trasportava la sua montagna ovunque andasse, fatta di sassi, rocce e, infine, terra: occorre che sia il lettore a scoprire l’origine di questo peso che qualcuno si trascina.
  • l’ossimoro: è l’accostamento di termini che esprimono concetti contrari oppure in contraddizione: inverno caldo.
  • la personificazione: a esseri animali oppure inanimati (le nuvole, fiori e piante, per esempio) o a concetti astratti viene attribuito un carattere umano: il volto roseo del giorno.

Le figure retoriche di sintassi

Giocano sulla disposizione delle parole all’interno della frase per creare effetti di vario genere: simmetria, ritmo, ordine e molti altri. Tra le principali figure retoriche di sintassi abbiamo:

  • l’anafora: è la ripetizione di una parola (o di un sintagma) all’inizio di due o più versi

Piove sulle tamerici

Salmastre ed arse,

piove sui pini

scagliosi ed irti,

piove sui mirti… (La pioggia nel pineto, di Gabriele D’Annunzio)

  • l’asindeto: è la coordinazione tra due o più termini di una frase senza l’uso di congiunzione, ma solo di virgole: Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori (Ludovico Ariosto). L’effetto è quello di una simultaneità/contemporaneità di azione o di una fluidificazione del discorso poetico.
  • il polisindeto: consiste nell’uso ripetuto della medesima congiunzione coordinativa (di solito la e). Il ritmo del verso (o dei versi) rallenta e si dilata. Ha un effetto riflessivo; l’ora, e il giorno, e l’anno, e il tempo.
  • il chiasmo: disposizione incrociata degli elementi di due espressioni (o di due proposizioni) collegati in modo che i termini della seconda siano disposti in ordine inverso a quelli della prima: Ridono i prati e ‘l ciel si rasserena (Petrarca).
  • il climax: disposizione di parole in successione con valore intensivo (climax ascendente): ti ho incontrato, desiderato, sognato e amato. Il valore può essere anche di attenuazione (climax discendente): ho corso, camminato, mi sono fermata.

Ed è qui che anche il post si ferma. Se ti è piaciuto e se hai qualche figura retorica di cui vuoi parlare, scrivilo nei commenti. Condividilo con chi potrebbe trovarlo utile, trovi qui sotto le icone per la condivisione social. E infine… grazie per aver letto il mio articolo!

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Scrivere grammaticando

Appassionata, da sempre, di grammatica, con una romantica preferenza per la linguistica, mi occupo di scrittura, di revisione di testi e di progettazione di piani editoriali. Blogger da tempo immemore, curo i miei siti personalmente con molto amore e tanta passione. Ho fatto mia la frase di Wislawa Szymborska: «Tutto a questo mondo si distrugge per il continuo uso, tranne le regole di grammatica».

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