Il blog è morto o continuerà a vivere?

Qualche mese fa, ho visto rimbalzare tra un blog e l’altro con una certa frequenza una domanda che ciclicamente, da diversi anni, ricompare: il blog è morto? Una questione che viene, poi, seguita dall’ulteriore, inevitabile domanda corollario: ha quindi ancora senso aprire un blog? Perché si dovrebbe investire del tempo in una avventura che, secondo alcuni, è persa in partenza? Che si interromperà, a un certo punto, e sarà destinata fallire?

Quando vedo discusso il tema, la mia domanda è, piuttosto: perché non dovrei avere un blog? Per quanto mi riguarda, significa chiedermi per quali ragioni non avrei dovuto aprire il mio primo blog e poi gli altri due? Ecco, allora, che la questione generale si sposta su un terreno diverso e le vere e reali domande sono: oggi, che cosa significa aprire un blog? Chi può (e dovrebbe) crearne uno?

Avere un blog oppure no? Certo che sì!

Agli albori del blog

Quando è nato, il blog era essenzialmente uno spazio per condividere i propri scritti e i propri pensieri. Era il gennaio del 1994, infatti, quando Justin Hall dava vita e inizio al suo diario online, il Justin’s Links from the Underground. Era il primo blog della storia del web ed era un blog personale. Nello stesso anno, Claudio Pinhanez iniziò il suo Open diary, che tenne fino al 1996. Si trattava del primo sito web che ricopriva la funzione di diario. Ancora non si parlava di blog, ma di diari, di journal, di siti e pagine personali. Il termine weblog, poi abbreviato in blog, sarebbe stato usato per la prima volta solo tre anni dopo, nel dicembre 1997, da, come ci ricorda la cronaca, Jorn Barger.

L’idea di Justin segnò la storia del web e incominciò una rivoluzione che, seppur lentamente, camminò fino alla svolta decisiva dell’agosto 1998, durante l’uragano Bonnie. Un gruppo di fotografi e giornalisti del Charlotte Observer fu inviato sul posto per dare notizia e per testimoniare ciò che stava accadendo nella Carolina del Nord nei giorni della furia della tempesta. Poiché quei giornalisti e fotografi volevano essere i primi a catturare quei momenti, a descriverli e poiché, in sostanza, volevano battere sul tempo la concorrenza e farlo in modo nuovo, decisero di creare un blog, che aggiornavano ogni mezz’ora.

E il blog è proprio questo: uno spazio nel web col quale dare voce, al momento giusto, a ciò che di significativo e incisivo si ha da dire. È un dialogo con un pubblico di lettori interessati a ciò che col blog si sta comunicando e trasmettendo. Nel blog il fattore umano è decisivo: dietro a un blog, c’è sempre una persona che si impegna, che dà voce a temi e argomenti che le stanno a cuore e che stanno a cuore parimenti a chi sta li sta leggendo.


Il blog non è morto: è cambiato il modo di fare blogging

Non è più il tempo dei blogger dilettanti o che pensano che sia un’attività facile e semplice. Per qualche anno c’è stata una vera e propria moda: bastava iscriversi a una piattaforma di blogging gratuita, scegliere un template e in una mezz’ora si era online e si potevano scrivere i primi post.

Ciò che è cambiato nel tempo è il modo di fare blogging: il blogger oggi è un professionista, che possiede una conoscenza profonda del suo lavoro, una conoscenza fatta di studio, esperienza (tantissima, perché è essenziale), confronto con altri esperti del settore, aggiornamento.

Non crea il proprio blog su una piattaforma gratuita, come si faceva negli anni ’90 e nel primo decennio del 2000, ma sceglie uno spazio web tutto suo di cui è proprietario. Lavora, cioè, con un blog self hosted, di cui ha il pieno controllo. Lo costruisce passo dopo passo, su sua misura e su misura del suo lettore. Se chiedete a un blogger o a una blogger professionista che cos’è per lui e lei il blog, vi dirà che rappresenta molte cose diverse. Ma tutti vi daranno, come la più importante, una risposta fondamentale: il blog è la loro casa.


Il blog non è morto: è e resta una forma di comunicazione insostituibile

Il blogger non è tanto chi conosce le tecniche di scrittura, ma è chi è consapevole del valore di ogni parola che scrive. Sa di avere un messaggio da comunicare. Sa che dietro quella che in gergo tecnico e di marketing viene chiamata la produzione di contenuti di qualità, unici, originali, attinenti all’argomento trattato, utili o divertenti, ci sono la volontà e la voglia di raggiungere le persone, di instaurare e intrattenere un dialogo e una relazione con loro, di lasciare un senso profondo.

Il blog è una casa che si affaccia al mondo. Che parli di grammatica, comunicazione, storie e fiori come faccio io con i miei, oppure di moda, trucco, viaggi, automobili, tecnologia, cucina, poesia, arte come fanno tantissimi altri, il blog è un luogo vivo e aperto, di scambio. E lo può aprire chiunque abbia una passione vera per l’argomento che tratta e il mezzo che usa, che non si spaventa di fronte all’impegno di tempo e allo sforzo che richiede. Il blog è un’avventura, un investimento a lungo termine: i risultati arrivano solo dopo un certo periodo, durante il quale non ci si deve scoraggiare mai. Lo sconforto capita, ma è in quel momento che occorre resistere, perché, dopo, gli orizzonti che si aprono sono sconfinati.

Il blog non è morto. Finché ci saranno persone che vi si dedicano con competenza e tanta passione, continuerà a vivere.

Il blogger ha una conoscenza profonda del suo lavoro, una conoscenza fatta di studio e tanta esperienza
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Scrivere grammaticando

Appassionata, da sempre, di grammatica, con una romantica preferenza per la linguistica, mi occupo di scrittura, di revisione di testi e di progettazione di piani editoriali. Blogger da tempo immemore, curo i miei siti personalmente con molto amore e tanta passione. Ho fatto mia la frase di Wislawa Szymborska: «Tutto a questo mondo si distrugge per il continuo uso, tranne le regole di grammatica».

2 pensieri su “Il blog è morto o continuerà a vivere?

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