Ne e né: quando serve l’accento (e, a volte, un apostrofo)

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Si scrive ne oppure ? Quando ci va l’accento (e quando no)? La risposta a queste domande è: dipende dal significato e, quindi, dalla funzione, con cui stiamo usando la particella. E poi, si può usare ne’ con l’apostrofo? Seguimi, andiamo a scoprirlo!

Né congiunzione negativa

, scritto con l’accento acuto sulla e (che indica la pronuncia della vocale con suono chiuso), è una congiunzione copulativa correlativa negativa. Il termine né viene dal latino nec e significa «e non».

Il può essere usato in una frase negativa, per unire due o più elementi che hanno la stessa funzione sintattica: «Non ho comprato il sale l’origano fresco. Li prenderò la prossima volta che vado al supermercato», «Non leggo thriller fantascienza». Il è ripetuto davanti a ciascun elemento ed è correlativo: coordina i due elementi della frase che si richiamano tra loro, ponendoli in parallelo.

Il può essere usato per coordinare due (o più) frasi negative: «Non mi ha più parlato scritto telefonato», «Non ho trovato la sciarpa mi è stata restituita da chi l’aveva presa».


Ne senza accento: pronome e avverbio

La particella ne, senza accento, ha due significati: di pronome e di avverbio di luogo. Deriva dal latino inde, che era un avverbio di luogo (col significato di: di lì, da quel luogo, di là, da ciò) e di tempo (col significato di: poi, quindi, da quel tempo)

Il ne pronome

Il ne con funzione di pronome dimostrativo o personale ha valore di «di ciò, da ciò, di questo, da quello»e «di lui, di lei, di loro» e sostituisce queste forme nelle frasi: «Ne (=di questo) parleremo più tardi», «Ti ricordi di Anna? Sì, me ne (=di lei) ricordo».

Il ne pronome viene usato di frequente con funzione di ripresa del tema nelle frasi marcate. Il tema di una frase è ciò di cui la frase parla, cioè l’argomento, il suo soggetto. Le frasi marcate sono costruzioni della frase caratterizzate da una particolare disposizione delle parole diverso da quello naturale (il classico: soggetto-verbo-complementi richiesti dal verbo). Tale disposizione è dovuta a esigenze di rilievo comunicativo. «Di queste questioni ne abbiamo già parlato tante altre volte»: qui il ne è usato come pronome di ripresa per sottolineare il concetto.

Spesso il ne pronome è usato con valore partitivo, in relazione a una certa quantità: «Che belle quelle mele! Me ne dà dieci?»

Il ne avverbio di luogo

Il ne avverbio di luogo ha valore di moto da luogo (reale o figurato): esprime l’allontanamento da un posto o da una situazione o condizione. Per esempio: «È entrato nello studio stamattina e non ne è ancora riemerso », «Ne siamo usciti con rapidità ed è stato meglio così».


Ne rafforzativo

In alcuni casi, la particella ne ha valore rafforzativo: è usata per intensificare l’azione espressa da alcuni verbi intransitivi quando sono costruiti con i pronomi personali atoni mi, ti, si, ci, vi: «Per oggi ho finito, me ne vado via», «Se ne andava tutti i giorni a passeggio, alla medesima ora», «Se ne stava tranquilla in spiaggia a prendere il sole», «Se ne partì, un mattino, di buon’ora, con la sua valigia ricolma di sogni». Il ne, in queste costruzioni riflessive, esprime un particolare coinvolgimento del soggetto nell’azione da lui compiuta.


Il ne pleonastico (o idiomatico)

Il pleonasmo è una figura retorica utilizzata spesso nei testi poetici e in prosa, per dare a una frase o a un’espressione intensità, forza, efficacia comunicativa, che è esattamente ciò che fa il ne pleonastico.

Il ne pleonastico è usato in locuzioni verbali di uso comune e quotidiano: non poterne più, valerne la pena, aversene a male, non volerne, farne di tutti i colori, dirne di tutti i colori.


Ne al posto di ci

Sebbene raro, esiste ancora ai giorni nostri un uso del ne al posto del ci che abbiamo ereditato e conservato dagli usi letterari antichi. Lo ritroviamo, per esempio, nella frase «Il Cielo ce ne scampi!», ovvero: «Il Cielo scampi noi da questo». Quel ne significa noi ed è usato al suo posto.


Ne’ con l’apostrofo

In Toscana, è abitudine, quando si parla, accorciare i dittonghi ei e ai, che diventano e e a. Per esempio, «nei fatti» diventa, nella pronuncia, «ne’ fatti»: la i cade. Come si segna, allo scritto, questa caduta della i? Con l’apostrofo, perché si tratta di un caso di elisione.

Questo toscanismo è passato nella lingua letteraria: lo si ritrova nella lingua poetica e nella prosa ed è, quindi, frequente leggerlo nei testi degli autori del passato.


Ne davanti al titolo di un’opera

A volte, capita di vedere davanti al titolo di un’opera che inizia con l’articolo determinativo il ne: «ne “I malavoglia” di Verga si racconta di…». Si tratta della contrazione (o, meglio, della scissione) della preposizione articolata nei davanti al titolo per rispettarne la forma originale e ha significato di «in».

Il punto è che tale formazione non esiste, né etimologicamente né storicamente: non deriva da altre parole né si è formata con un processo linguistico. Poiché non esiste, è una forma da evitare. Come regolarsi, allora, se si deve menzionare il titolo di un libro (o di un’altra opera artistica)? O si mantiene la fusione tra la preposizione e l’articolo, nei Malavoglia, oppure, suggerisco, laddove è possibile, di scrivere nel romanzo “I Malavoglia” (e, se si tratta di un’altra opera d’arte: nel quadro…, nella poesia…).

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Scrivere grammaticando

Appassionata, da sempre, di grammatica, con una romantica preferenza per la linguistica, mi occupo di scrittura, di revisione di testi e di progettazione di piani editoriali. Blogger da tempo immemore, curo i miei siti personalmente con molto amore e tanta passione. Ho fatto mia la frase di Wislawa Szymborska: «Tutto a questo mondo si distrugge per il continuo uso, tranne le regole di grammatica».

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