Le Idi di marzo: cosa accadde a Cesare

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Il 15 marzo del 44 a.C. (le Idi di marzo, secondo il calendario romano) Giulio Cesare veniva assassinato per fermarne la scalata al potere. Publio Servilio Casca Longo sferrò il primo colpo di pugnale diretto alla gola, aggredendo Cesare, che aveva appena preso posto nel suo seggio al senato, di spalle. Secondo la ricostruzione biografica di Plutarco, Cesare riuscì ad afferrarne il braccio e, voltatosi verso di lui, gli chiese: «Che fai, scellerato Casca?». E, mentre tentava di divincolarsi e sfuggire al suo assalitore, venne bloccato e colpito al petto da Gaio, il fratello di Casca. Secondo il medico Astinio fu quella la vera e sola ferita mortale. Cesare cercò di ripararsi, coprendosi il capo, l’addome e l’inguine con la toga, ma i congiurati gli sferrarono 23 colpi (35, secondo Nicola Damasceno).

I senatori presenti assistettero alla scena ammutoliti e sconvolti. Non sapevano della congiura e, incapaci di reagire, non soccorsero Cesare, né fuggirono. Rimasero impietriti. Il corpo di Cesare si accasciò senza vita ai piedi della statua di Pompeo, «così da far pensare che lo stesso Pompeo presiedesse alla vendetta del suo nemico», rilevò Plutarco. Proprio quel Pompeo che dapprima lo aveva appoggiato e ne aveva favorito l’ascesa al potere, ma poi, vedendo come quel potere cresceva e si allargava di giorno in giorno e di conquista in conquista, si era alleato con i senatori (che lo elessero console senza collega) per ordire i suoi piani contro Cesare, in maniera da privarlo del tutto del potere. Tra i due fu guerra aperta (la seconda guerra civile romana, 49-45 a.C.). Fuggito in Egitto, Pompeo era stato ivi ucciso nel 48.


Cesare sapeva della congiura in atto. Più volte fu messo in guardia. La moglie Calpurnia, dopo un sogno, lo pregò di non recarsi in senato quella mattina e di rimandare la seduta. Ma Cesare, che si era quasi deciso ad ascoltarla, fu persuaso da Decimo Giunio Bruto Albino – uno dei congiurati – a non darle credito e a presentarsi in aula ugualmente.
Del resto, Cesare aveva sottovalutato l’ostilità nei suoi confronti del circolo di aristocratici della sua città e del senato. Aveva ritenuto che con la morte di Pompeo il periodo delle guerre civili si fosse concluso e che non si sarebbe più riaperto. Era sicuro di ciò che pensava e aveva da tempo anche congedato la sua guardia del corpo: si presentava in pubblico disarmato e senza alcuna prudenza e precauzione.


Il delitto di Cesare da parte di un gruppo di aristocratici fedeli alla repubblica capeggiati da Bruto e Cassio ha segnato una svolta fondamentale nella storia antica. Cesare aveva introdotto un modello di governo nuovo, che è stato studiato nel corso dei secoli da molti, o allo scopo di replicarne lo stile e i canoni o, al contrario, per indicarlo come esperienza politica da non ripercorrere.

Il modello di governo di Cesare si basava sull’appoggio di una forza militare fedele alla persona del suo comandante, non semplicemente alla sua figura, al suo ruolo, e sul sostegno del ceto popolare. Cesare era, infatti, solito favorire e alimentare lo spirito di coraggio e il desiderio di gloria dei suoi soldati e li premiava dei risultati ottenuti, con denaro e terre, senza risparmiarsi. Aveva combattuto la corruzione dei funzionari pubblici, introdotto molte riforme e aveva posto un limite ai canoni d’affitto, all’epoca molto alti. La sua mitezza e la sua pietas erano note presso la popolazione e, con l’ultimo senatoconsulto del dicembre 45 e gennaio 44 (poco prima che morisse), fu deciso, dopo averlo proclamato Iuppiter Iulius, di erigere un tempio consacrato a lui e alla sua clemenza, al cui interno porre una statua in cui lui e la divinità della Clementia intrecciavano le mani.


Cesare era considerato un dux fatalis: un uomo scelto dal destino per guidare le sorti del paese che, al momento della sua presa di potere, era nel caos. I Romani lo elessero dittatore a vita, confidando che avrebbe posto fine alle guerre civili e così, in effetti, fu. Era considerato un pater patriae, il padre salvifico della patria. Era alla guida di un impero. L’attentato del 15 marzo 44 pose fine a tutto ciò, lasciando Roma nel caos.

Cesare fine scrittore


Cesare, oltre a essere un grande politico e un valoroso condottiero militare, fu anche un fine scrittore. Seguiva, come del resto aveva fatto in politica e nella carriera militare, il suo genio, libero da canoni, stereotipi e modelli. Compose da giovane il poema Laudes Herculis, la tragedia Oedipus, diverse poesie a tema leggero, forse anche amorose, che sono andati perduti.


Trattò di teorie linguistiche nel De analogia, opera del 54 a.C., di cui conosciamo alcuni frammenti. Era dedicata a Cicerone ed era divisa in due libri. Si interrogava sulla questione della natura delle lingue: se dovevano seguire regole razionali oppure essere oggetto di creazione arbitraria. Per Cesare alla base di ogni eloquenza vi era la scelta delle parole e sosteneva che era bene scartare le parole insolite. Per lui, il canone linguistico era retto dai principi della ratio e del purismo (per esempio, riteneva con fermezza le parole greche andassero declinate alla latina) e non amava seguire la consuetudo e l’usus.


Scrisse nell’inverno 52-51 a.C. i Commentari de bello Gallico, sette libri che riassumono la sua impresa di conquista dal 58 a.c. al 52. e i Commentarii de bello civili, tre libri che raccontano i fatti degli anni 49-48 a.C. Lo stile di Cesare era improntato alla chiarezza di idee e di stile (perspicuitas), scrive in modo lineare e limpido, mai contorto, e privilegiando la paratassi, alla brevità (brevitas), riducendo il discorso all’essenziale, senza perdersi in ornamento superfluo, alla concinnitas, ovvero all’eleganza e all’equilibrio del discorso, ottenuti con l’attenzione alla disposizione delle parole e all’architettura armonica dei costrutti.


Durante la marcia da Roma a Munda (nella Spagna del sud) nel 46 a.C. scrisse Iter, un poema di impressioni di viaggio. Compose una raccolta di sentenze, i Dicta collectanea, e si interessò all’astronomia, componendo il De astris liber.


Nel 45 a.C. scrisse l’Anticato, una finta orazione giudiziaria in polemica e in risposta al panegirico di Cicerone per la morte di Catone.


Scrisse, inoltre, com’è facile intuire, molte lettere nel corso della sua vita. Alcune sono giunte sino a noi: sono brevi e precise, nello stile di Cesare.


Di lui restano, infine, il Bellum Alexandrinum, il Bellum Africum, il Bellum Hispaniense, opera di ufficiali di Cesare indicati collettivamente come Pseudo Cesare. Il Bellum Alexandrinum è, con ogni probabilità, secondo alcuni studi, da ascriversi a Cesare stesso.

Scrivere grammaticando

Appassionata, da sempre, di grammatica, con una romantica preferenza per la linguistica, mi occupo di scrittura, di revisione di testi e di progettazione di piani editoriali. Blogger da tempo immemore, curo i miei siti personalmente con molto amore e tanta passione. Ho fatto mia la frase di Wislawa Szymborska: «Tutto a questo mondo si distrugge per il continuo uso, tranne le regole di grammatica».

2 pensieri su “Le Idi di marzo: cosa accadde a Cesare

    1. Grazie Giuseppe!! Sono felice che ti piaccia!
      La ricostruzione storica delle Idi di marzo è molto affascinante: mostra come ci sia stata una grande lotta per il potere, come questo – secondo le fonti per la grande clemenza di Cesare ma a mio avviso anche per la sua grande fiducia nella bontà delle sue riforme – si sia ritorto poi contro di lui.

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